bank322771Roma, 4 mag – Per il secondo giorno consecutivo, ieri, le ondate di vendite sui titoli bancari hanno – da sole – trascinato all’ingiù l’intero indice della borsa di Milano. Non una novità, in questi chiari di luna che da inizio 2016 hanno più volte portato in rosso profondo il Ftse-Mib. A questo giro, a scatenare i forti ribassi è stata la mancata quotazione di Banca Popolare di Vicenza, ultimo grande malato del sistema, che ha riacceso i riflettori anche sui casi di Veneto Banca e Monte dei Paschi di Siena, con quest’ultima che ha battuto ogni record di giornata chiudendo addirittura a -7.57%. Sul settore bancario quella che si sta profilando assomiglia sempre di più alla proverbiale “tempesta perfetta”. A pesare sono le mancate fusioni, che il mercato considera essenziali ai fini della stabilità di sistema. Una convinzione più che una verità, dato che in genere è nelle banche di più piccole dimensioni che si registrano le maggiori redditività.

Il fondo Atlante, costruito per affrontare l’urgenza, non sembra da parte sua destinato a poter giocare un ruolo di primo piano: è vero che con l’effetto leva può sbloccare fino a 50 miliardi di crediti deteriorati, ma è anche vero che è stato costruito con l’intenzione di partecipare, principalmente, ad aumenti di capitale. Come ad esempio sarà per la Popolare di Vicenza. In questo caso, però, si registra un’ulteriore problematica: stante il fallimento dello sbarco sui mercati, qualora Atlante fosse chiamato a fare la sua parte, un impegno considerevole verrà addossato sulle spalle di Intesa e Unicredit, banche garanti: “Unicredit e Intesa hanno i loro problemi, ma non sono infette: se devono mettere i soldi in situazioni molto complicate rischiano di infettarsi a loro vicenda. Il Fondo era stato costruito per ridurre il rischio sistemico, ma rischia di aumentarlo“, spiega Nicola Borri, docente alla Luiss di Roma.


Al netto dei discorsi su aggregazioni et similia, sulle banche italiane gravano circa 200 miliardi di sofferenze. Ecco la vera criticità: senza un taglio di queste, sarà pressoché impossibile parlare di risoluzione della crisi. Il problema, insomma, resta sempre nell’economia reale. Quell’economia reale gravata da anni di recessione, moneta sopravvalutata e crisi della domanda interna che hanno trascinato in un vortice al ribasso la propensione al risparmio, la capacità di spesa, il potere d’acquisto e la capacità di sostenere gli investimenti, per i quali cittadini ed imprenditori ricorrono al sistema creditizio per la loro normale attività, sia essa un’azienda o l’acquisto della prima casa. Perché, ad esempio, non basta (e non basterà mai) dare alle banche la possibilità di pignorare la casa dopo 18 rate non pagate: se il mercato immobiliare è fermo, per assurdo costringere all’esproprio anche dopo solo 30 giorni di ritardo può essere inutile – oltre che socialmente infame – dato che l’istituto non saprebbe poi a chi rivenderla. E nemmeno basterà mandare una realtà produttiva a gambe all’aria, per recuperare qualcosa da un fallimento accelerato come da idea del governo, se poi questa non sarà più in grado successivamente di riprendere la propria attività e far ripartire un circolo virtuoso.

Non è una novità dire che l’economia procede per cicli e aggiustamenti successivi. E quello a cui stiamo assistendo è, come in una vera e propria decrescita, un lento planare verso il basso. Ma l’atterraggio non sarà morbido.

Filippo Burla

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  1. Oggi le principali banche italiane e banca d’italia sono tutte private e controllate dai soliti e oramai ben identificati banchieri plutocrati stranieri. Nel 1992 i traditori della nazione le hanno svendute con la privatizzazioni delle ex banche pubbliche Banca Intesa e Credito Italiano, che a loro volta detenevano il 60% di Banca d’Italia. Oggi la BCE privata in cambio di carta prodotta a costo zero si prende la ricchezza pubblica e privata di interi paesi, Italia compresa.

    La moneta deve essere prodotta dallo stato a costo zero senza indebitarsi con alcun privato; nel 1935 Mussolini, liberandosi dalla massoneria, fece le banche pubbliche e rese pubblica la Banca d’Italia.Cio’ non gli fu perdonato dagli banchieri stranieri che promossero nel 1936,tramite la società delle nazioni, le sanzioni all’ Italia con la scusa della guerra d’ etiopia e ci isolarono e provocarono la nostra entrata in guerra.Spesso durante le sanzioni fermavano le navi italiane in mare e sequestravano a volte tutto il carico, come i pirati.
    C’è un Avvocato in Italia che giustamente sostiene che i politici che hanno svenduto il paese devono essere processati per alto tradimento, reato previsto dal codice penale con pene che vanno da 5 anni all’ergastolo.
    Altra assurdità è che banca d’italia e la bce, ambedue private hanno il compito di controllare le altre banche, sempre private e controllate dagli stessi proprietari!! Cioè controllore e controllato sono la stessa persona e quindi non ci stupiamo che ogni giorno che passa il paese viene depredato sempre piu’

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