Basta sensi di colpa: l’Africa l’abbiamo aiutata fin troppo

aiuti africaRoma, 27 giu – Fin dal Risorgimento glorioso la Chiesa ha sempre rappresentato una spina nel fianco per la nazione italiana, e le recenti esternazioni su un presunto “dovere” degli Italiani di accogliere chiunque a titolo “compensativo” per il nostro passato coloniale rappresenta l’ennesima conferma di quanto a Porta Pia l’errore fu di non andare fino in fondo.

Fin dagli anni ’60 e ’70 l’Italia avesse progetti grandiosi per l’Africa subsahariana i quali sono stati bloccati, ovviamente, dalla potenza imperiale britannica. E quindi non abbiamo proprio nulla di cui incolparci.

Persino la bibbia del radical-chicchismo al pomodoro, l’Espresso, ha tranquillamente ammesso che con i miliardi che buttiamo in salvataggi potremmo fare “ponti d’oro” in Africa, e se non lo facciamo è sostanzialmente per colpa di americani, britannici e francesi con le loro sporche guerricciole neocoloniali.

Dambisa Moyo, economista dello Zambia, ha calcolato che l’Europa in mezzo secolo dalla decolonizzazione ha sprecato almeno un trilione -cioé mille miliardi- di dollari in aiuti all’Africa che non sono serviti assolutamente a nulla, ergo il senso di colpa che si vorrebbe instillare è decisamente fuori luogo.

Alla base però del discorso progressista-clericale (alleanza meno insolita di quello che si possa credere) vi è una narrazione ben precisa, una mitologia anti-europea, anti-bianca, anti-civiltà che affonda nei più retrivi luoghi comuni. La colpa di tutto sarebbero le colonie: prima in Africa si stava divinamente, come scrive Massimo Fini -che ormai ha fatto delle fantasie regressive il suo solo ed unico cavallo di battaglia- “c’era l’autoproduzione e l’autoconsumo”. A parte il razzismo insopportabile di questo genere di discorsi stile “capanna dello zio Tom”, per cui gli africani in fondo sono una massa di decerebrati incapaci di fare da soli, non sorge il sospetto che ci sia qualcosa di profondamente fallace nella descrizione di un passato più che altro mitologico?

Da quel poco che sappiamo, l’attuale frammentazione etno-tribale dell’Africa nera è conseguenza della disgregazione di immensi imperi ad essa precedente, e questo basta a confermare il fatto che la “colpa” è un tantino più arcaica. Così come basterebbe notare il fatto che la tratta degli schiavi cominciava sempre con la vendita ai mercanti arabi dei giovanotti in eccesso della tribù. In eccesso, ovviamente, rispetto alle necessità poligamiche del Capo e della sua corte.

Pare che adesso siano tutti “profughi”, ma se sei un uomo in salute (non un vecchio, una donna o un bambino) che scappa da un teatro di guerra non sei un profugo: sei un disertore, e come tale uno scarto di umanità. Se viceversa, come nella stragrande maggioranza dei casi, provieni da zone relativamente pacifiche, sei semplicemente un clandestino, o come si dice adesso un “migrante economico” e devi essere schedato e poi espulso.

Insomma, stringi stringi: non è che magari una piccolissima parte della colpa di quello che sta accadendo in Africa possa essere imputata, che so io, agli africani? Una parte piccolissima, ovviamente, nulla di paragonabile ai perfidi Europei che hanno avuto persino l’ardire di portare pace e civiltà in culture tribali “fredde” (ovvero immutabili), ma magari qualcosa potrebbe anche essere.

Terminiamo con una citazione di un grande africano, Thomas Sankara: “Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (…) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente”.


Perché diciamolo ai clerico-progressisti: l’Africa potenzialmente è un paradiso, ha tutte le risorse che è possibile immaginare, contrariamente all’Europa, quella piccola penisola sovrappopolata dell’Asia. Se però gli europei hanno levato la testa dal fango e con le proprie sole forze hanno costruito una civiltà, non vi è alcun motivo serio per cui non ci riescano gli africani, che partono decisamente avvantaggiati.

Basta piagnistei, ed ognuno si assuma le proprie responsabilità.

Matteo Rovatti

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