Cannabis, i lobbisti della legalizzazione. Da Soros a Rockefeller

20101027_SmokingSorosRoma, 18 gen – Se le misure restrittive non sono convenienti allora si deve cambiare e cercare nuovi equilibri di mercato. La legge di Say è sempre un nomos per gli affaristi globali che non possono perdere terreno, soprattutto per i più instancabili e astuti come George Soros. E questo vale anche per il fruttuoso mercato delle cosiddette droghe leggere. La rivista americana Eir (Executive Intelligence Review) ha dedicato un intero numero alla figura del noto affarista ungherese dipingendolo non solo come uno speculatore senza scrupoli ma anche come il “re della droga libera”.

Soros, come riportato accuratamente sulla rivista statunitense, è infatti da molti anni impegnato in una campagna a favore della legalizzazione della cannabis partita già ai tempi di Bill Clinton quando ancora il governo americano non si mostrava così sensibile alla causa antiproibizionista. Secondo Eir il magnate ungherese avrebbe inoltre finanziato in passato le attività del truffatore internazionale Robert Vesco che poi divenne il braccio destro del boss messicano della droga Carlos Lehder Rivas, del Cartello di Medellín. Non solo, sempre secondo la rivista americana, Soros avrebbe donato più di 10 milioni di dollari alla Drug Policy Foundation (DPF), la principale organizzazione americana per la legalizzazione, oltre ad aver aperto direttamente un proprio centro, il Lindesmith Center, finalizzato sempre a sostenere la legalizzazione della cannabis, e sborsato diversi milioni di dollari in favore della Drug Strategies, altra nota organizzazione che si batte per rendere legale la marijuana in tutti gli States anche a scopi ricreativi.

Ma il sostegno di Soros alla legalizzazione della cannabis non è una novità degli ultimi anni, non si tratta quindi di un tentativo di approfittare del vento antiproibizionista che soffia da qualche tempo negli Stati Uniti, che adesso si interrogano su come creare un mercato regolamentato per i consumatori. Il businessman ungherese, già indagato per la svalutazione della lira, nel 1996 fu infatti uno dei principali sostenitori delle misure legislative che introdussero in California la marijuna libera per scopi terapeutici, promuovendo poi un programma referendario in altri 25 stati americani. Nel 2010 è sempre Soros, dalle colonne del Wall Street Journal, ad esprimere il suo sostegno incondizionato alla Proposition 19, la legge che avrebbe depenalizzato il possesso di cannabis entro certe quantità: “Controllare e tassare la marijuana potrebbe far risparmiare ai contribuenti milioni di dollari e diminuirebbero delinquenza, violenza e corruzione legate al mercato della droga”, scrisse il miliardario. Ed è sempre Soros, attraverso il centro Lindesmith, ad acquistare un’intera pagina del New York Times per pubblicare le firme di illustri sostenitori della droga libera.


L’oggettivo fallimento della guerra alla droga del governo americano ha poi aperto le porte ad un sempre più esplicito sostegno alla legalizzazione della cannabis anche da parte di altri celebri affaristi. Nel settembre 2013 il presidente dell’Uruguay, osannato dai media progressisti di mezzo mondo per il suo stile di vita pauperistico, ha incontrato a New York oltre a George Soros il banchiere David Rockefeller, il cui patrimonio equivale a circa il 50% dell’attuale Pil del paese sudamericano, ricevendo il beneplacito dei due uomini d’affari nei confronti del programma di legalizzazione promosso da Montevideo. Durante l’incontro Mujica ha ricordato la posizione intransigente del fratello Nelson Rockefeller che negli anni Settanta promosse le severe Drug Laws contro il possesso di stupefacenti, sottolineando però l’illuminata apertura di David: “Siccome e’ trascorso molto tempo, e visti gli effetti, ha cambiato posizione”. Sempre Mujica ha voluto rimarcare poi il sostegno di Soros che, per il presidente uruguagio, giustamente “insiste sul fatto che la politica sul narcotraffico non dà risultati”. Per Soros e Rockfeller urgono risultati concreti, economici of course.

Eugenio Palazzini

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