dogana protezionismoRoma, 24 set – Lo scandalo Volkswagen è solo una questione di truffa su scala internazionale o, forse, dietro c’è anche dell’altro?

Che il colosso tedesco abbia commesso un illecito è ormai acclarato. D’altronde, da Wolfsburg non hanno nemmeno tentato di obiettare alle accuse mosse: i software installati su un diffuso motore da essi prodotto, effettivamente, aiutavano a mostrare risultati alterati all’atto della valutazione delle emissioni.

Caso chiuso? Nemmeno per sogno. Quando si tratta di politica internazionale e, nello specifico, di politica commerciale, ogni mezzo è lecito. Non siamo noi a sostenerlo, ma la storia dei rapporti fra Stati e relative economie ha sempre vissuto di cose dette e non dette, sgarbi da una parte e dall’altra e pratiche non sempre correttissime per cercare, con l’astuzia o con l’inganno, di avere la meglio.

Nello specifico, ad essere nell’occhio del ciclone è il mercato dell’auto. Un mercato dove, negli Stati Uniti, le locali case produttrici soffrono molto più di qualche difficoltà. Non è insomma bastato lo “stile” Marchionne per risollevare le sorti di un settore storico e trainante dell’economia a stelle e strisce, nel quale le problematiche si fanno sentire. Sono sempre meno i veicoli ceduti con pagamento immediato e sempre più quelli in leasing, oppure concessi a credito secondo il modello “subprime”, lo stesso all’origine della crisi del 2007 che ci trasciniamo ancora oggi. Nel frattempo invece, Volkswagen aumenta (aumentava?) con percentuali interessanti le proprie vendite in nord America, a tassi che nell’ultimo semestre hanno segnato un +6% di crescita, con gli Usa al +2,4%.

Non è quindi da escludere che, dietro la pubblicazione dei risultati delle analisi condottore dalla’agenzia nazionale di protezione ambientale a stelle e strisce ci sia in realtà una vera e propria mossa tattica da parte di Washington. Una mossa che prende spunto da un fatto reale e che da questo fa dipartire una serie di conseguenze dannose per la concorrenza estera, mentre offre una generosa stampella che può aiutare la guarigione del grande malato, vale a dire la produzione interna.  Non sarà più politicamente corretto chiamare le cose con il loro nome ed è sempre più in voga sostituire i fatti con le opinioni, ma qui i fatti in questo caso emergono con prepotenza. E si chiamano protezionismo.

Che tale pratica arrivi da chi ha, con le buone o con le cattive, imposto sistemi e modelli di libero scambio in giro per il mondo, farà sorridere. E farà sorridere anche che a subire il colpo potenzialmente da decine e decine di miliardi sarà chi, in Europa, del protezionismo – tramite l’artificio della moneta unica tenuta al di sotto della sua precedente valuta – ha fatto strumento per colonizzare ed imporre le proprie regole agli altri paesi.

Tant’è, prendiamo per buono il ritorno – pur indiretto – delle barriere commerciali imposte dagli Stati. Un precedente fa sempre comodo quando si tratta di dover rispondere a chi, con sicumera, sostiene che la globalizzazione e il crollo delle frontiere sono l’unico destino possibile.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Concordo. Io, però, ho anche notato che circa un giorno prima dello scoppio dello “scandalo” il governo tedesco aveva detto ufficialmente che per la Siria e l’ISIS non sarebbe stato possibile trovare una soluzione senza il coinvolgimento attivo della Russia. Che i nostri cari alleati abbiano colto due piccioni con una fava o che si tratti, come spesso accade, di una “pura coincidenza?

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