Cibo made in Italy: è boom sui mercati esteri

Roma, 26 dic – Durante le festività natalizie è uno degli elementi essenziali che con orgoglio si inserisce nella nostra tradizione popolare. Parliamo ovviamente del cibo che adorna le nostre tavole e ci delizia tra centinaia di ricette diverse e piatti tipici. Fatta la dovuta scorpacciata tra cenoni e pranzi è tempo di analizzare e collocare il cibo nostrano tra le eccellenze del Made in Italy da esportazione. Cosa nota, penserete, ma non così evidente come dati e numeri ci evidenzieranno.

E’ il Financial Times a ricordarci per esempio, che all’estero quest’anno si è venduto più cibo e vini che auto, moto e altre vetture. Si sarebbe portati a pensare che la mutazione in atto che ci vuole come nazione perdente e dismessa sul piano industriale sia rivolta verso un futuro gramo fatto di ammennicoli culinari e accoglienza turistica per benestanti turisti stranieri. In realtà il cibo italiano di alta qualità rappresenta sempre più una nuova frontiere per il lusso italiano. La bellezza e la ricerca del gusto che ha sempre contraddistinto il nostro modo d’essere, diventa, al pari dell’industria della moda degli anni ’80, un fattore di eccellenza ricercata anche nel settore alimentare. Piccoli gruppi a conduzione familiare hanno una marcia in più rispetto alle grandi aziende oltreoceano più attrezzate, perché sono in grado di offrire prodotti di ottima qualità che altrove non sono facilmente reperibili.

Le esportazioni di cibo italiano sono state pari a 27,4 miliardi di euro nel 2013, in rialzo del 27% rispetto al 2007, l’altro anno andando indietro nel tempo in cui avevano registrato un altro picco. Lo dicono i dati del Censis, a dimostrazione che il comparto alimentare italiano costituisce una leva competitiva in Italia e nel mondo, oltre che un contributo insostituibile all’economia.

Il fenomeno più curioso è che sulle tavole straniere, in Europa e nel mondo, cresce il Made in Italy dei generi più tradizionalmente identitari delle diverse nazioni: ad esempio esportiamo formaggi in Francia con un incremento del +21% ma ai cugini transalpini piace anche il nostro vino (+ 26 per cento, per un totale di 24 milioni di euro), con lo spumante che, addirittura, va quasi a raddoppiare gli ordini (+78%, pur se all’interno di un mercato ancora di nicchia); in Gran Bretagna, la birra italiana sfiora i 10 milioni di euro, con un incremento del 27 %. Aumentano anche le esportazioni di grappa in Russia (+76%) e di pasta in Cina (+43%). Tra i diversi prodotti – ci dice la Coldiretti – le performance migliori sono quelli dei prodotti più legati al territorio come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano le cui esportazioni crescono del 37% nel mondo.

Diverse aziende italiane del settore, come Ferrero e Barilla, hanno già dimostrato il loro valore e hanno saputo imporsi su scala globale. Stesso discorso vale per il gruppo Bolton, il secondo maggiore produttore di scatole di tonno al mondo, multinazionale milanese che annovera numerosi marchi di prestigio. Negli ultimi anni si è imposta anche la Giovanni Rana, che controlla ormai il 40% del mercato di pasta fresca e che nonostante la perdurante crisi delle economie occidentali ha visto un rialzo del 20% nelle esportazioni. Un altro esempio ci viene dal negozio newyorchese di Eataly, aperto solo da 4 anni, che fatturerà 70 milioni di euro quest’anno.

Ma la nuova ondata di imprenditori del settore alimentare sta concentrando i propri sforzi nella biodiversità dell’Italia, nel suo arsenale di prodotti di qualità e nella grande varietà della sua cucina. L’Italia ha 266 prodotti che hanno un’indicazione di origine controllata (etichette Doc e Docg), come per esempio il pesto ligure e il Parmigiano Reggiano. La Francia, al secondo posto, è ferma a 216.

L’Italia guida anche la classifica delle esportazioni di vini, altro elemento di eccellenza del gusto tricolore. Siamo i primi al mondo con una quota di oltre il 20% delle esportazioni totali. Ma l’Italia vince sul mercato globale anche grazie al primato continentale in termini di sicurezza alimentare, visto che soltanto lo 0,3% dei prodotti presenta tassi di residui chimici oltre i limiti consentiti.

Insomma, mentre all’estero la concorrenza abbassa la guardia, il cibo e il vino italiani di qualità si lanciano alla conquista del mondo.

Giuseppe Maneggio

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

cinque × due =