SACEShanghai, 12 giu – Padiglione italiano all’esposizione universale del 2010 (l’unico ancora in funzione), Expo Milano 2015, accordi bilaterali di commercio. Il viaggio ufficiale di Matteo Renzi, prima in Vietnam e ora in Cina, non è certamente una visita di cortesia. Serrata la lista di appuntamenti e missioni condotte in porto.

Il presupposto degli incontri parte tuttavia da una constatazione di fondo: Italia e Cina non trattano alla pari. Lo riconosce lo stesso Renzi, quando si sofferma nell’analisi del deficit nella bilancia commerciale, che vede l’Italia soccombere per 13 miliardi di euro. Sorprende però quando afferma che «dipendono tutti da noi e siamo noi a dover cambiare questa situazione». La forza del fu Celeste Impero non è tutta frutto di capacità intrinseche quanto piuttosto -e non affermiamo nulla di nuovo- dello sfruttamento di manodopera ai limiti della schiavitù, permettendo in questo modo di comprimere i costi di produzione (oltre alla qualità) e così offrire ai mercati di sbocco manufatti a basso costo che spiazzano le produzioni nazionali dove il diritto del lavoro è ancora una colonna portante del sistema industriale. Una concorrenza del tutto falsata, sulla quale competere significa giocare al ribasso.

Che le intenzioni di Renzi non si limitino all’onirico stupore su quanto l’Italia potrebbe o dovrebbe fare, lo dimostra il protocollo d’intesa siglato con Sace, la società pubblica di assicurazione che ha come obiettivo quello di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese italiane. L’ente controllato dal ministero dell’Economia ha infatti stanziato una linea di garanzie per 2 miliardi di euro dedicata a chi opera o intende operare in Cina. La provvista, alla quale peraltro si aggiungo 100 milioni da un’ulteriore convenzione con Intesa, prevede la possibilità, oltre che di sostenere la vendita di beni e servizi attraverso l’assicurazione degli importi, anche di «accedere a finanziamenti garantiti da SACE a sostegno dei piani di sviluppo nel Paese. Si tratta, continua la nota, di: «Investimenti in reti distributive, joint venture produttive, acquisizioni di aziende locali, spese pubblicitarie, punti vendita, acquisto macchinari». La possibilità per Sace di intervenire anche in ambito di sostegno all’internazionalizzazione di tipo strettamente produttivo deriva da una modifica allo statuto operata nel 2007 da Prodi e Padoa-Schioppa che permette alla stessa, nei fatti, anche di finanziare gli insediamenti all’estero. Così è stato per Fiat in Serbia (con 230 milioni per l’impianto di Kragujevac), così sarà probabilmente per le imprese che vorranno trasferire la produzione in Cina.

Il viaggio in estremo oriente del premier Matteo Renzi non si è ancora concluso, ma già vengono portati a casa i primi risultati, questa volta concreti davvero. A differenza delle scelte di politica interna che languono in attesa delle promesse sancite solennemente e disattese punto per punto, sulle delocalizzazioni invece la marcia è sempre ben innestata.

Filippo Burla

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