buonitesoroRoma, 16 feb – La riconquista della sovranità economica e monetaria attraverso il ribaltamento del dogma incentrato attorno al sistema-euro non deve essere concepita come fine a se stessa, bensì funzionale al sovvertimento strutturale del sistema liberista e liberoscambista che l’Unione Europea ci ha in questi anni imposto. Abbiamo bisogno di pensare ad una alternativa dirigista e protezionista, altrimenti strepitare contro le storture dell’attuale assetto socioeconomico non serve a nulla. Un’idea può venirci dal modello che abbiamo seguito per circa 50 anni e che ci ha consentito per 35 di essi di crescere al 5,25% all’anno di media, caso unico nella storia. Oltretutto, questo modello è lo stesso attualmente adottato dalle nazioni dell’Asia orientale –a partire dal Giappone– ed i loro successi economici ne testimoniano la bontà e l’efficacia. Il “sistema economico italiano” sostanzialmente si fondava su cinque pilastri fissati negli anni ’30 dal regime fascista e sopravvissuti fino alla controrivoluzione neoliberista iniziata negli anni ’80 su spinta d’oltreatlantico. Li analizziamo brevemente:

  1. Repressione finanziaria. In pratica la Banca centrale agiva in modo che i rendimenti dei titoli di Stato fossero inferiori al tasso d’inflazione, permettendo al debito pubblico di essere gradualmente riassorbito nel tempo senza massacrare di tasse i produttori e senza tagliare la spesa pubblica. In realtà, abbiamo visto come il ministero del Tesoro potrebbe (in certe condizioni) benissimo indebitarsi direttamente ad interessi zero presso la Banca Centrale e quindi evitare in toto l’emissione di obbligazioni pubbliche.
  2. Controllo pubblico del credito. Non solo le banche più grandi erano a capitale interamente pubblico, ma altresì le banche private erano sottoposte al serrato controllo del governo e della Banca centrale attraverso una serrata regolamentazione delle loro attività che prevedeva fra le altre cose i plafond periodici che fissavano i limiti di erogazione del credito settore per settore per ogni singola banca, prevenendo così la formazione di bolle speculative.
  3. Protezionismo. Fino alla metà degli anni ’80 sussisteva in tutta Europa la preferenza comunitaria, che imponeva che l’80% dell’import/export di ogni nazione avvenisse con i partners europei, e non con gli altri mercati. Senza contare, ovviamente, le forti limitazioni sulla circolazione dei capitali e delle persone che oggi sono diventati il tabù per eccellenza.
  4. Cambio flessibile. Anche durante l’era di Bretton Woods (formalmente un sistema di cambi fissi) erano comunque possibili ampie forme di risistemazione ed equilibrio del cambio per adattarlo alla competitività della nostra economia reale. Abbiamo già visto in un precedente articolo un sistema diverso dall’Euro per l’Europa futura che consentirebbe di avere tutti i vantaggi del cambio flessibile senza averne i difetti.
  5. Iri. Lo sviluppo della piccola e media impresa in Italia è stato possibile solo a causa delle ingenti commesse che le grandi imprese dell’Iri richiedevano ad esse. Non dimentichiamo anche tutti i settori in cui siamo diventati l’avanguardia mondiale, alla faccia dei luoghi comuni giornalistici sull’inefficienza dell’impresa pubblica, che non a caso è stata smantellata dopo mani pulite per poter essere agevolmente dissanguata da una cricca di speculatori senza Patria e senza morale.

Lo scopo di questo breve articolo non vuole essere una mera apologia nostalgica del passato, ne vuole lasciare intendere che non si iripossa fare di più e meglio. Anzi, lo scopo è praticamente l’opposto: imparare dal passato per poter migliorare, per poter pensare ad un sistema economico funzionale allo sviluppo nazionale e non piegato alle logiche del capitale finanziario. Ci sono tantissime altre cose che si possono fare, ma l’importante è avere ben chiaro da dove cominciare e soprattutto l’idea che esiste un’alternativa: la globalizzazione turbocapitalista non è né inevitabile né, tantomeno, il migliore dei mondi possibili, ma solo una forsennata gara al ribasso delle condizioni di vita dei produttori per la felicità di un ristretto gruppo di di banchieri, broker, manager, redditieri e speculatori. Nulla che meriti di essere salvato o “governato”, come pretendono gli altermondialisti di sinistra.

Matteo Rovatti

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