Cinque anni dopo il salvataggio di Ubs

ubsBerna, 17 ott – Esattamente cinque anni fa Ubs – la più importante delle banche svizzere, con vocazione verso il mercato degli investimenti – rischiò di fallire travolta dalla crisi dei subprime e dai propri errori. Dopo l’annuncio del Ceo Marcel Louis Ospel che riferì che si erano accumulati oltre 20 miliardi di franchi di perdite, la banca fu salvata dallo Stato e dalla banca centrale, scongiurando uno scenario catastrofico per l’intera confederazione elvetica.

L’aspetto più paradossale di questa vicenda è che la stessa Ubs aveva emesso una ricerca in cui diceva che il mercato americano stava andando male. I banchieri si sentivano in una botte di ferro, protetti dalle triple A scellerate che le agenzie di rating elargivano, e in ragion di questo arrivavano ordini dall’alto per far crescere ulteriormente gli utili acquistando ulteriore “spazzatura” nei mercati al fine di diventare la banca d’investimenti numero uno al mondo.

Gli investimenti azzardati di Ubs furono rivolti principalmente al mercato statunitense, quello che di lì a poco esplose come una bolla di sapone. Una delle tante di un sistema finanziario speculativo che ingrossa le tasche di pochi pescecani pronti a cambiare acque impuniti non appena il banchetto è terminato. Fu così che 6 miliardi di franchi uscirono dalle casse dello Stato. Ben 62 miliardi di titoli tossici vennero prelevati dalla Banca Nazionale Svizzera. Berna scoprì di dipendere fin dalle sue fondamenta dai grossi istituti bancari cosa che del resto appariva già di per sè ovvia agli occhi di qualsiasi smaliziato osservatore delle cose che succedono giust’appunto a nord dei confini alpini.

Recentemente in una trasmissione radiofonica (ascoltabile in podcast qui) dell’emittente svizzera Rsi, Ubs ha annunciato, dopo cinque anni, di voler riacquisire i titoli in possesso della Banca Nazionale Svizzera. Tutto bene è quel che finisce bene? Così parrebbe ascoltando il programma radiofonico, in realtà se lo stato riavrà tutti i suoi soldi, molti altri hanno perso parecchi soldi: gli azionisti ma anche fondi pensione, assicurazioni, molti privati e clienti internazionali. Giusto per capirci, i titoli della banca che nel 2008 valevano 70 franchi scesero a 8 franchi mentre oggi sono a quota 18-19. Tra quelli che ci hanno perso ci sono anche i cantoni ed i comuni, che hanno visto decurtate di parecchio le loro entrate fiscali provenienti dalla banca e dal settore finanziario in generale.

La Svizzera nel 2008 si trovò con le spalle al muro. Un’economia a rischio che poteva perdere decine di migliaia di posti presso UBS ma anche di fornitori. Berna scoprì di dipendere fin dalle sue fondamenta dai grossi istituti bancari, “Too big to fail”, troppo grande per fallire: Ubs valeva cinque volte il Pil del paese.
Dopo cinque anni qualcosa è cambiato, ma la nazione elvetica è sempre appesa ad un filo. Le misure intraprese negli scorsi anni non sono comunque sufficienti per scongiurare un ripetersi degli eventi. La stessa Banca Nazionale Svizzera ha recentemente affermato che quella del salvataggio di Ubs è stata un’operazione a rischio. Nonostante tutto, la dipendenza dalla finanza è ancora in essere. Per ridurre la loro fragilità nei confronti del mercato, non potendo chiedere agli azionisti aumenti di capitale di questi tempi, riducono il bilancio e tagliano i crediti per diminuire i rischi.

Il concetto di fondo di tutta questa storia è che usando fondi pubblici il tutto dovrebbe rimanere pubblico, per cui se si salvano le banche, esse devono diventare pubbliche per la parte di salvataggio e la liquidità immessa non deve tornare nel circolo del capitale fittizio. In pratica, la parte salvata non dovrebbe servire per pagare il capitale fittizio Usa e dei milionari che speculano, ma deve essere utilizzata per creare economia reale. Sarebbe anche ora che si ponesse un freno, in ambito bancario alla collettivizzazione dei debiti e alla privatizzazione degli utili, col beneficio dei soliti pochi soggetti già noti.


Giuseppe Maneggio

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