Roma, 26 ago – Nel dibattito sulla moneta unica che dopo anni di silenzio e di conformismo, con il precipitare della crisi economica in Europa, ha cominciato a svilupparsi anche in Italia a partire dal 2011, i sostenitori dell’uscita dall’euro hanno dovuto affrontare tutta una serie di pregiudizi che, lungi dal poggiare su una solida base scientifica, hanno il loro fondamento soprattutto in paure irrazionali. Queste paure, diffuse ad arte da una classe dirigente che ha puntato tutte le sue carte sulla fallimentare adesione all’Unione Europea e all’area valutaria dell’euro e che adesso ha serie difficoltà nel riconoscere i macroscopici errori commessi, sono state il cavallo di battaglia della propaganda governativa e dei mezzi d’informazione di massa.

Politica, stampa e televisione hanno cercato di convincere gli italiani dell’ineluttabilità della moneta unica e della connessa politica di austerità portata avanti a partire dal 2011 dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, nonostante l’evidente insuccesso di una politica economica che, deprimendo la domanda aggregata, ha peggiorato sensibilmente tutti i dati macroeconomici (rapporto debito/Pil, indebitamento estero, produzione nazionale, bilancia dei pagamenti, tasso di disoccupazione).  I più accessi propagandisti dell’europeismo anti-italiano hanno sostenuto addirittura l’irreversibilità storica del processo di unificazione europea, concepito come “destino manifesto” dei riluttanti popoli del vecchio Continente. Fino al 2014 le principali forze politiche, non paghe del disastro prodotto dall’introduzione dell’euro e dai vincoli derivanti da patto di stabilità, fiscal compact e meccanismo europeo di stabilità, si sono distinte per la pedissequa e conformista adesione a quello che ormai viene chiamato il “partito unico dell’euro”. Solo in seguito sono emerse posizioni differenziate tra i principali partiti politici italiani, ma non è questa la sede per trattare questo problema.

Già da tempo, invece, la migliore dottrina economica italiana e internazionale aveva individuato con sempre maggiore convinzione nella stessa esistenza dell’area valutaria “non ottimale” (secondo l’accezione data dall’economista canadese Robert Mundell) dell’euro la causa ultima della crisi economica in atto, che nel suo svolgimento ha seguito le fasi descritte nel “ciclo di Frenkel” (dal nome dell’economista argentino Roberto Frenkel: crescita del debito estero, crisi del settore finanziario privato, conseguente crisi del debito pubblico e infine collasso dei conti pubblici). Queste nozioni, per chi segue il dibattito economico internazionale e la stampa dei paesi non appartenenti all’area dell’euro (in particolare di lingua inglese), nonché la meritoria attività di studio e di divulgazione di alcuni economisti italiani (soprattutto Alberto Bagnai) sono assolutamente pacifiche già da molti anni.

Le recenti vicende sembrano confermare che la crisi dell’area euro è ormai irreversibile. Le crisi greca e cipriota, la sospensione delle procedure di adesione all’eurozona da parte della Polonia e della Bulgaria, la richiesta del Belgio di una procedura di infrazione contro la Germania per pratiche lesive della concorrenza collegate all’avanzo della bilancia dei pagamenti, la decisione del governo irlandese di finanziarsi scambiando le cambiali possedute dalla Banca d’Irlanda con titoli del debito pubblico ultratrentennali, la Brexit (che ha riguardato uno Stato esterno all’eurozona ma che ha indebolito notevolmente, oltre alla Ue, anche la valuta europea), la decisione della Repubblica Ceca di sganciare la propria valuta dal cambio fisso con l’euro, costituiscono uno stillicidio di prese di posizione unilaterali da cui è lecito attendersi, al di fuori di eventuali procedure formali adottate secondo la lettera dei trattati europei, il graduale sgretolamento dell’area valutaria dell’euro e più in generale dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.

Purtroppo, si deve constatare che un numero ancora troppo consistente dei nostri connazionali, che non ha accesso alla letteratura specializzata in lingua inglese e deve accontentarsi della propaganda diffusa dai notiziari televisivi e dalle prime pagine dei quotidiani di maggiore diffusione, è convinta dell’inevitabilità di tutta una serie di fantomatici e improbabili inconvenienti (isolamento economico, inflazione galoppante,  rivalutazione del debito, difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime, etc.) che si manifesterebbero all’indomani dell’uscita dell’Italia dall’unione monetaria europea.

Nell’estate 2012, l’economista britannico Roger Bootle vinse il “Wolfson Economic Prize”, competizione a cui parteciparono 425 economisti e il cui tema era la proposta di uno strategia sicura di uscita dall’euro per i paesi in crisi, con il suo interessante studio “Leaving the Euro: a practical guide”. In questo documento, è possibile reperire tutte le risposte scientifiche necessarie a fugare i timori irrazionali sull’uscita dall’euro. Roger Bootle, britannico, classe 1952, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso è emerso come uno dei più convincenti analisti economici contemporanei.  Dopo gli studi a Oxford ha intrapreso la carriera accademica, sempre nella prestigiosa città universitaria, presso il St. Anne’s College, per poi svolgere il ruolo di analista economico per vari gruppi bancari privati (Capel Cure Myers, Lloyd’s Merchant Bank) e infine capo della società di consulenza Capital Economics.

moneta unica uscita dall'euroNel suo studio Bootle prospetta che gli Stati interessati, a seguito di una decisione assunta in totale segretezza con un mese di anticipo dai propri governi, dovrebbero uscire dall’euro dando all’Unione Europea e agli altri Stati membri, alla Banca centrale europea e alle istituzioni finanziarie internazionali un preavviso di soli tre giorni, possibilmente il venerdì in coincidenza con la chiusura delle Borse. L’uscita dall’euro non comporterebbe necessariamente la contestuale uscita dall’Unione Europea, anzi sarebbe sconsigliabile farlo contemporaneamente, a prescindere da ogni eventuale valutazione politica successiva. I flussi finanziari con l’estero dovrebbero essere immediatamente chiusi per evitare fughe di capitali. Nell’attesa che il sistema bancario venga rifornito della nuova valuta nazionale appena stampata dalla zecca, nel brevissimo termine e solo per le piccole transazioni si potrebbe autorizzare l’uso provvisorio dell’euro. La banca centrale, peraltro, dovrebbe immediatamente trasferire liquidità nel sistema bancario nazionale per garantire la funzionalità di tutte le transazioni economiche e l’effettività del corso legale della nuova valuta. Potrebbe presentarsi la necessità di nazionalizzare le banche, provvedimento che secondo chi scrive rivestirebbe non solo una funzione strumentale, ma anche un’auspicabile svolta di lungo periodo della politica economica dello Stato.

Il cambio iniziale tra la nuova valuta e l’euro dovrebbe essere di uno a uno. Lo stesso debito pubblico dovrebbe essere ridenominato nella nuova moneta. Chiaramente una rapida svalutazione della nuova moneta sarebbe più che probabile, in una misura che secondo  gli analisti potrebbe essere del 40% per Grecia e Portogallo, del 30% per Italia e Spagna e del 15% per l’Irlanda. E’ del tutto evidente che per i soggetti economici (famiglie e imprese) interni al sistema Italia, non ci sarebbe perdita di valore delle retribuzioni e dei cespiti, nella misura in cui le attività dei suddetti soggetti, svalutandosi tutte nella medesima misura, manterrebbero lo stesso potere di acquisto e lo stesso rapporto di valore tra loro.

Nei confronti dell’estero, invece, la svalutazione favorirebbe da un lato le esportazioni, dall’altro renderebbe meno convenienti le importazioni e più convenienti gli acquisti di beni e servizi interni, incentivando quindi la ripresa produttiva e occupazionale. I dati statistici e la storia economica dimostrano che l’approvvigionamento di materie prime non sarebbe reso più difficile dalla svalutazione della moneta. Contestualmente, le maggiori esportazioni comporterebbero una maggiore richiesta della nuova valuta nazionale e una sua conseguente rivalutazione, secondo quel meccanismo naturale dell’economia che è stato inopinatamente abbandonato dagli Stati che hanno optato per tassi di cambio fissi o addirittura per una unione monetaria. Di conseguenza, dovrebbe essere accettata la libera fluttuazione dei cambi. Il precedente della svalutazione della lira nel 1992, che fu circa del 30% e produsse un incremento dell’inflazione limitato a pochissimi punti percentuali, induce a un realistico ottimismo. La svalutazione del tasso di cambio, è stato osservato, potrebbe aumentare il debito reale. E’ norma riconosciuta del diritto internazionale generale lex monetae, in base alla quale ciascuno Stato ha la piena potestà di stabilire la valuta avente corso legale nel proprio territorio. Per quanto riguarda il diritto nazionale, il Codice Civile italiano stabilisce che ogni debito possa essere saldato nella valuta avente corso legale nello Stato alla data della scadenza del debito, al tasso di cambio vigente alla suddetta data. Chiaramente, in caso di svalutazione della nuova moneta nazionale rispetto all’euro, potrebbe verificarsi un aggravio di spesa per il debitore, ma lo stesso codice civile richiama la possibilità che leggi speciali disciplinino diversamente la materia. Alberto Bagnai ha prospettato che lo Stato potrebbe stabilire che il tasso di cambio con cui saldare il debito, originariamente denominato in euro, nella nuova valuta, sia quello della data di adozione della nuova valuta, cioè di uno a uno tra questa e l’euro. È la soluzione politicamente più probabile e in ultima analisi conveniente per gli stessi creditori, che senz’altro dovrebbero arrendersi al “factum Principis”, ovvero alla decisione dello Stato, e contestualmente avrebbero comunque la garanzia di un rientro dal proprio debito in misura inferiore a quella preventivata, ma certa e sicura. Bootle, nel suo studio, raccomanda agli Stati eventualmente interessati all’uscita dall’euro di onorare i propri debiti nella massima misura possibile – e la soluzione prospettata da Bagnai andrebbe in quella direzione – dall’altra anche di intavolare negoziati con gli altri Stati per dirimere amichevolmente eventuali controversie che potessero insorgere in merito.

In buona sostanza, ormai non solo è evidente “cosa” occorre fare per salvare l’Italia dalla crisi, cioè uscire dall’euro, ma è anche stato chiarito “come” farlo. Secondo l’economista cagliaritano Paolo Savona, è verosimile che i tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze e della Banca d’Italia, nelle loro segrete stanze, abbiano già predisposto da anni quel famoso “piano B” per l’uscita dall’euro. E’ ora compito della politica trovare la volontà e l’energia per restituire al nostro Stato Nazionale l’indipendenza e la sovranità, in primo luogo monetaria, necessarie alla sua sopravvivenza.

Luca Cancelliere

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