80081333b_targa_nonsifacreditoRoma, 7 nov – Non sono bastate le iniezioni di capitale operate a prestiti a tassi irrisori da parte della Banca centrale europea. Gli istituti del continente, infatti, negli ultimi due anni hanno ridotto del 10% gli impieghi in credito all’economia reale. 440 miliardi in meno. Nel frattempo è salita del 25%  l’esposizione in debiti sovrani, per circa 550 miliardi di euro.

E’ quanto emerge da uno studio dell’agenzia di rating Fitch. La quasi corrispondenza di cifre in termini assoluti solleva più di un dubbio e non sulla solidità degli istituti di credito quanto sulle loro scelte di investimento. Sembra che le banche non sappiano –o non vogliano– più fare il loro mestiere. Quanto di ciò possa essere legato agli stress test degli ultimi tempi e ai vincoli sempre più stringenti di Basilea è presto detto: di fronte a richieste di maggiore patrimonializzazione è scontato che si opti per scelte più prudenti o a rischio zero, come per convenzione i titoli di Stato, rispetto al credito alle imprese. Quest’ultimo sconta infatti un’alea, un’ovvia indeterminazione che sembra non rientrare più nel core business di enti che pure, almeno per quanto riguarda l’Italia a partire dalle privatizzazioni dei primi anni novanta, in imprese sono stati trasformati a tutti gli effetti – rischio compreso.

L’eccesso di requisiti imposti anche banche dà così l’idea di aver inciso radicalmente sulle dinamiche di allocazione delle risorse. Un approccio meramente quantitativo sembra dunque non dare spazio all’assolvimento del compito primario degli istituti di credito e cioè il sostegno all’economia reale.

Stante la ricerca condotta da Fitch, resta da vedere quanto scelte “tradizionali” come quelle che vedono coinvolta la Cassa Depositi e Prestiti possano davvero portare stabilità o se non sia il caso di sondare nuove opzioni.

Filippo Burla

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

tre × cinque =