investimenti-allesteroRoma, 18 mag – Non è tutto oro quel che luccica. Gli investimenti italiani all’estero sarebbero in crescita alla pari dei capitali stranieri in Italia. Sembra il segnale di una svolta dopo una lunghissima crisi economica. Eppure non è detto sia così.

Il Sole 24 Ore di ieri ha assegnato largo spazio ai dati forniti da Reprint, l’osservatorio del Politecnico di Milano e dell’Ice, l’agenzia per la promozione all’estero delle imprese nazionali. Ci sarebbe solo da godere a una prima lettura del report. Già nel 2014 gli investimenti italiani all’estero erano stati di 12,5 miliardi di euro, ben il triplo di quanto accadde l’anno precedente.

Eppure non è che si fossero visti in dodici mesi grandi cambiamenti della salute economica italiana grazie a questo: i negozi continuavano a chiudere, la disoccupazione a salire e il pil a calare. Perciò non dovremmo trionfare se ad aprile di quest’anno gli investimenti si attestano a più di 9 miliardi: il che farebbe sospettare che entro dicembre supereremmo di gran misura i dati dell’anno scorso e saremmo di ben trenta volte superiori a quanto accadeva nel 1997.

Peccato solo che diciotto anni fa, in cui poco si investiva all’estero e non molto di più le holding straniere si interessavano dell’Italia, il potere d’acquisto delle famiglie italiane era circa del 20% superiore all’attuale mentre il debito pubblico era abbondantemente in mano italiana.

Rischia di essere solo apparente lo stato di ripresa dell’economia italiana soprattutto se si prendono in considerazione i dati sventolati dal quotidiano di Confindustria. Pensare che la vitalità del tessuto produttivo nazionale dipenda dalla sua internazionalizzazione e dal suo proiettarsi sul mercato globale è debitore dei tic ideologici liberisti del momento.

Un esempio su tutti. Anche al momento dell’acquisizione della Chrysler da parte di Fiat pareva che il mercato dell’auto fosse in mano italiane e che l’industria di Torino stesse per ridecollare. E invece niente di tutto questo è successo: a godere dell’affare è stata sicuramente la famiglia Agnelli e non certo il sistema manifatturiero italiano sempre più depotenziato a vantaggio del sistema dei servizi che poco serve ad assicurare benessere a una nazione se non è sostenuto dalla produzione industriale.

Quanto poco pesino sull’economia nazionale (e quanto invece sulle casse di talune imprese) gli investimenti fatti all’estero lo si coglie se si allarga lo zoom e si analizza un ciclo economico più ampio. Portare soldi all’estero, investire altrove non significa crescere ma finanziare altre economie. Equivale infatti a levare linfa al sistema economico italiano, privarlo di quella liquidità di cui necessiterebbe per risalire la china lungo la quale è precipitato e continua a precipitare e fornirla invece a qualche altro mercato non italiano.

Fra il 2003 e il 2008 il tessuto economico nazionale comincia a ristrutturarsi per affrontare le sfide imposte dall’euro e dalla perdita della sovranità monetaria, indispensabile leva del sistema creditizio. Durante questa manciata di anni oltre il 66% delle operazioni italiane all’estero si svolgevano in Europa occidentale. Mentre solo il 6% avveniva negli Stati Uniti. Ma le cose sono destinate a cambiare entro breve.

Dal 2008 la crisi divampa nell’America del Nord e da lì si allarga al Vecchio Continente. E cosa succede dopo questa data, pur nel momento in cui l’Italia si trova nell’Unione Europea e dovrebbe sostenere il proprio sistema economico e quello della zona euro? Aumenta la percentuale degli investimenti fatti Oltreoceano sostenendo così, con iniezioni di capitale, l’economia americana indebolita dal crac finanziario.

Tra il 2009 e il 2014 infatti la parte degli investimenti italiani compiuti in Europa scende a poco più del 45% mentre quelli rivolti al mercato a stelle e strisce salgono al 22,6%. E non si tratta di investimenti finanziari. Si tratta di investimenti a sostegno del settore manifatturiero sulla scia della politica industriale iniziata con George W. Bush e continuata con convinzione da Obama.

Attrarre capitali è fondamentale per sostenere l’economia soprattutto quando questi capitali non sono così imponenti da acquisire le aziende nazionali ma sono solo utili per finanziarle. La rinascita economica comincia dal rafforzamento del mercato interno anche grazie a deboli capitali stranieri. Peccato che gli Usa lo abbiano capito mentre l’Italia no.

Simone Paliaga

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