China Financial MarketsMilano, 7 set – A Piazza Affari la settimana non comincia sotto buoni auspici. Venerdì scorso Milano ha chiuso con un bel segno meno (-3.18%). Le altre piazze non hanno certo brillato. Nessun segnale incoraggiante neanche durante il week end.  Sabato si è svolto il Workshop Ambrosetti a Cernobbio dove si è radunato il Gotha della finanza e dell’economia italiana e non solo. Da quel ramo del Lago di Como non è giunta nessuna buona notizia. La crisi dell’economia cinese turba i sonni dei nostri uomini d’affari.

Durante il meeting è bene segnalare due interventi. Il primo di Linda Yueh. Yueh, economista cinese presente al Workshop ha sottolineato che: “Finora la Cina ha prodotto crescita negli ultimi 30 anni basandosi su accumulazione su capitale e lavoro per il 70%, fattori di produttività per il restante 30% che comprende capitale umano, riallocazione dei fattori, innovazione o spesso pura imitazione. Oggi Pechino deve cambiare pelle aumentando la propria resistenza agli shock, riducendo l’export, aumentando i consumi interni, tagliando le inefficienze e aumentando il peso del settore privato”.

Il secondo di Nouriel Roubini, docente dell’University of New York’s Stern School of Business: “ Il rallentamento cinese è strutturale, l’anno prossimo Pechino crescerà del 6% e dopo del 5%”.

Ma, come è possibile che una frenata di qualche punto percentuale, sia pur strutturale, del Pil di una nazione possa scatenare una crisi a livello globale? Non è soltanto colpa della globalizzazione. L’ingresso della Cina nel Wto nel 2001 e la conseguente deregolamentazione del mercato finanziario diedero vita ad uno sviluppo anomalo ed asimmetrico del Celeste Impero (alcuni settori crescevano in maniera smisurata rispetto ad altri lasciati al completo abbandono).  Da qui le immense difficoltà economico-sociali cinesi e la necessità delle svalutazioni dello yuan che, in meno di trenta giorni, ha fatto schizzare la volatilità dei mercati.

La crescita economica si è inabissata sotto il 7% per la prima volta in un quarto di secolo. Ciò significa che probabilmente l’economia reale è molto più debole. La locomotiva rallenta e con essa tutte le economie ad esse legate. La Cina, non solo, ha in mano buona parte del debito pubblico degli Stati Uniti ma è anche legata a doppio filo alle economie dei Paesi emergenti in particolare i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina Sudafrica).

Philippe Lagrain, docente alla London School of Economics, ci spiega chi pagherà il conto: A pagare la bolletta del rallentamento cinese saranno le aree che esportano materie prime, come l’America latina e l’Africa, e prodotti finiti come la Germania”.

La Germania a quanto pare subirà un duro colpo dalle crisi cinese. Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institute di Friburgo, professore di economia, consigliere economico del governo tedesco, ci spiega il perché: “La Germania sarà colpita duramente dal deterioramento del Pil cinese, non tanto per il calo delle esportazioni quanto per l’impatto negativo che questo avrà sulla catena di valore ormai molto integrata tra aziende esportatrici tedesche e aziende cinesi. Tra le nostre aziende e quelle cinesi si è creato un sistema integrato di produzione, una catena di valore che non potrà non ripercuotersi sulla crescita in Germania”.

Ma a Francoforte c’è un novello Carlo Magno che ci difende dalle oscillazioni del mercato globale. Il suo nome è Cerruti Gino ma gli amici lo chiaman Drago anzi Draghi. In caso di penuria di liquidità Mister Draghi è pronto ad inondare la nostra economia di banconote prolungando il Quantitative easing.

Sull’efficacia di questo provvedimento si è già scritto. Ma, valutiamo qualche dato empirico per stabilire fino in fondo l’efficacia del Q.e.  Prendiamo un Paese dell’Eurozona a caso: l’Italia.

Dal 2008 ad oggi il costo del debito italiano non è sceso sebbene i tassi di mercato siano crollati fino a rasentare lo zero. Nel 2014 abbiamo pagato 93,5 miliardi di interessi passivi sul debito pubblico, mentre nel “lontano” 2008 pagammo 78,5 miliardi. Ovviamente l’ammontare di debito sottostante è diverso. Nel 2014 il debito pubblico è stato di circa 2.170 miliardi, mentre nel 2008 era di 1.705 miliardi. I dati ufficiali sono gentilmente offerti da Maria Cannata, direttore del debito pubblico presso il Tesoro: “A fine 2014 questi contratti derivati generavano 42,6 miliardi di perdita per il Tesoro. Per un totale di 42,6 miliardi di extra-trasferimento dalla popolazione italiana alle banche internazionali”. Ma, questi numeri non vengono presi in considerazione dalla nostra classe dirigente che preferisce discettare sui bollettini mensili dell’Istat.

Il nostro premier sabato scorso al Forum Ambrosetti diceva: “ Non dobbiamo tagliare la spesa perché ce lo chiede l’Europa ma perché ce lo chiedono i nostri figli”. Giusto Babbo! Ma, prima, cominciamo a buttare nel camino i contratti derivati che ha sottoscritto il Tesoro.

Salvatore Recupero

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