Putin BrisbaneMosca, 17 dic – Rublo e petrolio in picchiata, e per la Russia si fa di nuovo vivo il ricordo della crisi di meno di vent’anni or sono. Correva il 1998, la moneta andava perdendo quota e l’allora presidente Eltsin decise l’ancoraggio della valuta al dollaro. Passarono solo pochi mesi e ad agosto la parità non fu più garantita: la borsa perse il 75%, l’inflazione schizzò all’85% -con punte del 100% per i generi alimentari- e il ministero dell’economia non fu più in grado di onorare le scadenze su quasi 50 miliardi di dollari di debito pubblico.

Oggi il rublo non è più parificato alla moneta di Washinghton, ma i paragoni con quanto accadde alla fine degli anni novanta sono ricorrenti nelle cronache quotidiane. A partire dal crollo verticale della divisa, con la banca centrale moscovita costretta ad un eccezionale rialzo dei tassi dal 10 al 17.5% per tentare di arginare la discesa. Con scarsi effetti: nella sola giornata di ieri per acquistare un euro il rublo ha toccato quota 85 (dopo aver sfiorato anche i 100), quando meno di un mese fa ne bastavano 50 o poco più. «Dobbiamo pensare a nuove abitudini di vita», ha dichiarato il capo della banca centrale Elvira Nabiullina. Segno che probabilmente ci sarà da aspettarsi, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione di medio termine. D’altronde un tasso di riferimento al 17% è difficilmente compatibile con investimenti e rilancio nel breve periodo.

Cosa sta succedendo a quella che doveva essere una delle nuove frontiere dell’economia mondiale, tanto da far rientrare il paese nel novero dei Brics come esempio virtuoso? Le cause sono profonde, ma trovano sublimazione nel recente doppio colpo inferto dalle sanzioni prima e dal crollo del prezzo del petrolio in immediata successione. Ad ammetterlo è sempre la Nabiullina, quando parla di «fattori esterni» come concausa delle debolezze attuali. Al di là delle sanzioni, i cui effetti sono sicuramente gravi ma in realtà meno drammatici si quanto si sia portati a pensare, ad offrire maggiori preoccupazioni è il costante e continuo calo del greggio. Il barile Brent veleggia ormai attorno ai 60 dollari al barile, costringendo gli analisti a rivedere al ribasso le stime di crescita della Russia con previsioni che vanno dal -0.8 al più pessimistico -5%, quest’ultimo stimato proprio dall’ufficio studi della banca centrale. Il governo si è così trovato costretto a tagliare del 10% il bilancio per l’anno prossimo, dal momento che le previsioni erano fondate su un prezzo del petrolio a 95 dollari. L’economia russa è legata a doppio filo ai corsi dell’oro nero, con soli pochi investimenti e riforme in senso più industriale. Una dipendenza che, a conti fatti, rischia di costare caro alle casse del Cremlino.

Filippo Burla

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