agenziaRoma, 24 giu – Quello di ieri sera doveva essere il Consiglio dei Ministri risolutivo per la vicenda dei dirigenti incaricati e decaduti delle Agenzie fiscali ma alla fine la riunione si è chiusa con un nulla di fatto che lascia, se possibile, più dubbi di quanti ne erano sorti prima del Consiglio. La risoluzione del problema che ormai si trascina da mesi era stata inserita in uno dei sei decreti fiscali che avrebbero dovuto essere approvati ieri sera in attuazione della “delega fiscale” al governo, ma che qualcosa non andasse per il verso giusto lo si era intuito già nel pomeriggio con uno slittamento di oltre un’ora dell’inizio della riunione. Intuizione confermata poi dall’immediato stralcio del decreto sul catasto che non avrebbe garantito il gettito invariato come stabilito nella delega.

A quel che risulta poi a Il Primato Nazionale lo scontro si è inasprito proprio sulla questione dei dirigenti incaricati e sulla ristrutturazione dell’Agenzia delle Entrate. Le due posizioni, quella del Mef e quella dell’Agenzia, sono entrate in collisione e si parla anche di uno scontro molto aspro tra Renzi e Padoan. Scontro, peraltro, che già si era verificato all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale quando il ministro spingeva per una soluzione normativa che, di fatto, aggirasse la sentenza e restaurasse, nella sostanza, lo status quo anteL’inconciliabilità delle posizioni, evidentemente, è stata così estrema da portare ad un nulla di fatto che ha bloccato il governo sull’intero progetto di riforma del fisco e dell’amministrazione finanziaria tanto da rimandare a venerdì 26 tutte le decisioni, che dovranno essere necessariamente prese entro il fine settimana considerando che la delega al governo in materia fiscale scade proprio sabato 27 giugno.

Per quanto riguarda i dirigenti, vista la divergenza insanabile di vedute, è probabile che il decreto-ponte, che avrebbe dovuto stabilire un sistema transitorio di incarichi in attesa della copertura per concorso dei posti vacanti, venga fatto saltare e che quindi l’intera problematica venga ricondotta alla “riforma Madia” sulla pubblica amministrazione. Una soluzione, questa, che probabilmente finirà per scontentare entrambe le parti, ma sicuramente di più la direttrice generale dell’AdE Orlandi.

Walter Parisi

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39 Commenti

  1. Giusto per ristabilire un minimo di equilibrio:
    Non c’e’ stata nessuna frizione in Cdm” sul rinvio dei cinque decreti attuativi della delega fiscale che avrebbero dovuto essere approvati ieri. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, spiegando che alcune ricostruzioni apparse oggi sui quotidiani come “fantasie” dei giornalisti. “Queste – ha detto Padoan – sono le storie che vi piacciono tanto, non so come riuscite a immaginarle”.

  2. Infatti. Immagino il ministro che si presenta il sala stampa e dice: “ieri il presidente del consiglio mi ha detto che sono un bischero e io gli ho risposto che era un pirla. E poi abbiamo litigato su tutti i decreti fiscali e ci siamo mandati a quel paese ed abbiamo rinviato qualsiasi decisione”.
    Il giorno in cui sentirò una dichiarazione del genere farò l’intero cammino di Santiago in ginocchio sui ceci.

  3. Dopo la Sentenza della Consulta che ha negato gli arretrati agli statali, implicitamente, affermando che le leggi valgono per il futuro , capisco le difficoltà del Governo a non inimicarsi la Corte Costituzionale. Ecco perchè il CDM è obbligato a rinnovare l’incarico ai dirigenti nominati. Non ha altra alternativa anche perchè l’avvocatura di Stato invocando la necessità di equilibrio e rispetto di bilancio non più smentirsi investendo milioni di euro in assunzione di nuovo personale dirigenziale considerando che gli attuali incaricati dell’ AGE costano molto di meno di dirigenti provenienti da altre Amministrazioni e a loro non vengono corrisposti contributi previdenziali da dirigenti ma da semplici dipendenti. Quindi per il futuro non verranno distribuite pensioni d’oro ma semplici pensioni come tutti i dipendenti.

  4. Scusa osservatore, il cdm non si inimicherebbe la Corte Costituzionale eludendo proprio una sentenza della Corte?
    Di lavoro cosa fai? Il comico?

  5. X “X il curioso”: io invece conosco quello di tua madre.
    E non ho sospetti, ma solo certezze.
    E domani altri schiaffi in cdm.
    Dai che la Santa Patrona fa un altro piantino!

  6. Testa di cazzo mia madre è morta quando avevo due anni.
    Non ti permettere mai più gran pezzo di merda
    Se hai il coraggio fatti conoscere che ti dimostro di chi sono figlio
    Hai rivelato chi sei veramente: un pezzo di merda che si nutre solo dello sterco dell’invidia

  7. Ecco bravo.
    Allora non provocare se poi non sei in grado di sopportare le risposte.
    Vado a mangiare un po’ di merda a colazione, temo per te che ne mangerai parecchia stasera a cena dopo il consiglio dei ministri.

  8. No, gli eleggono … la Corte costituzionale si è pronunciata su un decreto emesso dal Governo Monti (Scelta Civica, come Zanetti), analogo decreto emesso poi dal Governo Letta e dal Governo Renzi.
    Questo era il quadro normativo.
    Trovo vergognoso utilizzare una sentenza della Corte per scaricare astio nei confronti di chi non ha alcuna colpa.

  9. Guarda che io non parlavo degli incaricati, ma di chi ha usato lo strumento degli incarichi per eludere l’obbligo costituzionale del concorso per l’accesso alla dirigenza.
    Vediamo se indovini di chi parlavo….

  10. Anonimo, parli dei tuoi santi protettori?
    Per come vi hanno protetto forse sucare è l’unica cosa che potrebbero fare.

  11. Vedo che il livello della discussione e’ altissimo. Congratulazioni. Mi è’ particolarmente piaciuta quella dei filippini. Segno di grande apertura mentale e di un senso ecumenico della fratellanza fra i popoli.
    Infine, su chi conta in ufficio: contare vale poco, fare bene il proprio lavoro tanto. È chi lo fa bene diviene punto di riferimento, leader naturale come si dice nella letteratura organizzativa. Ma che dico letteratura a chi è un fan di fahrenheit 451.
    Buono studio, colleghi.

  12. Il livello di educazione di quest’essere che si firma curioso é infimo
    Immaggino sia pure omofobo e odia i terroni
    Per non parlare di rom e zingari

  13. Quando si parla di Pubblica Amministrazione, 9 volte su 10 si fa il raffronto con il privato: il privato è bello, è efficiente, è motivante, è produttivo, il pubblico no.

    Tra i sostenitori della necessità di riformare la Pubblica Amministrazione, il privato è un modello positivo: dagli anni ’90 a oggi, tutte le riforme della Pubblica Amministrazione, con varie sfumature, hanno tentato di importare “meccanismi” propri del privato nel pubblico.

    9 volte su 10 il paragone – e il conseguente tentativo riformatore – non ha senso. Tra pubblico e privato non c’è la differenza, per dire, che può esserci tra un mammifero e un insetto. C’è quella che passa tra mondo animale e mondo vegetale. Ciò che è pubblico non ha, per definizione, un proprietario. Ciò che è pubblico è per definizione immortale (gli enti pubblici non falliscono, cioè non muoiono, al massimo possono essere soppressi, cosa che in realtà corrisponde a una lenta forma di eutanasia.)

    Naturalmente, chi scrive crede fermamente nella possibilità di introdurre forme di organizzazione della produzione dei servizi pubblici mutuate dalle aziende private. Per esempio la contabilità economica, che tiene traccia delle risorse consumate e non solo “spese”. Ma queste sono innovazioni lente, che richiedono costanza e applicazione, mentre le riforme non hanno pazienza: si deve approvare la legge, si deve comunicare ai mezzi di informazione che si sta riformando la Pubblica Amministrazione, in una direzione più moderna, più efficiente, più orientata ai “risultati”. Peccato che il concetto di risultato, nel pubblico e nel privato, sia completamente differente.

    Di solito, gli ideologi delle riforme sono studiosi del mondo delle aziende private che hanno per obiettivo introdurre elementi di mercato nel mondo delle organizzazioni pubbliche. Recentemente, in una intervista, ho letto una affermazione del prof. Giovanni Valotti. Già in Bocconi, oggi manager di una azienda di diritto privato e di proprietà pubblica, ma soprattutto autore di studi e animatore di un osservatorio scientifico sulla riforma della Pubblica Amministrazione. In sintesi, egli sosteneva che i dirigenti pubblici sono assai più bravi nel rispettare le procedure amministrative che nel motivare il proprio personale.

    L’affermazione è non solo vera, ma anche condivisibile.

    Il punto è: come invertire la situazione? Finché nel pubblico, la distribuzione di incentivi, la valutazione dei meriti individuali, l’adozione di una organizzazione del lavoro è soggetta (deve essere soggetta) al rispetto di regole, basate sul principio di pari trattamento, e sottoposte a controlli e a rendiconti, e contestabili con le forme proprie della giurisdizionabilità degli atti pubblici, mi pare naturale che un dirigente pubblico si specializzi più nel rispetto delle procedure. D’altra parte, chi di voi vorrebbe uffici pubblici gestiti in modo non dico arbitrario, ma certamente unilaterale e senza rendere conto a nessuno? Sarebbe un bravo dirigente pubblico quello che dicesse: “Io sono il proprietario della baracca, io decido”? Direi di no.

    Eppure, restando nel tema di come si motivano le persone che lavorano, un principio io lo importerei e subito dal privato. Un principio che invece nessuno propone mai. Così come la riforma oggi all’esame del Parlamento non mette un solo strumento, nuovo o migliorato, nelle mani dei dirigenti pubblici, per permettere loro di motivare i lavoratori.

    Il principio è quello, non scritto, che fa sì che chi entra in una organizzazione privata ha la possibilità, teorica quanto si vuole ma esistente, di diventarne un giorno il capo. Assunto come fattorino, diventare il Presidente, l’AD, il CEO. Non è solo un film di Frank Capra. Per quanto succeda ovviamente rarissimamente, è comunque una chance che nelle aziende private esiste.

    Nel campo pubblico, invece, la carriera – che ovviamente è certo comunque possibile fino ai massimi livelli apicali – è scandita dal superamento di prove concorsuali, basate sull’accertamento burocratico del possesso di certi requisiti e competenze. Pur con lodevoli, ma marginali eccezioni, quello che hai fatto “sul campo” nel pubblico non serve a far carriera. Al massimo, accresce la tua reputazione e può portarti qualche vantaggio per così dire esterno.

    Eppure, il feticcio tutto italiano per cui la carriera nella PA si fa “per concorso” è talmente solido che nessuna riforma lo ha mai messo in dubbio. Anzi, oltre ad essere regola per gli avanzamenti di grado del personale non dirigente, qualche anno fa il concorso pubblico fu introdotto – per comprensibile e giusta reazione alla arbitrarietà con cui venivano gestite dalla politica – anche per le nomine a direttore generale, cioè il massimo livello di carriera del personale pubblico. Norma poi abrogata per desuetudine, visto che di “concorso a direttore generale” non ne è stato fatto neppure uno.

    La Costituzione, sempre invocata, prescrive che “per concorso pubblico” si entri nella Pubblica Amministrazione. Giusto, perché se questa è di tutti, le assunzioni non possono (non dovrebbero) essere decise se non secondo sistemi equi, trasparenti, rigorosi ecc… Ma non dice, la Costituzione, che la carriera si debba fare anche per concorso.

    Per concorso si dovrebbe essere assunti nella PA, iniziando la propria carriera con il grado corrispondente ai propri titoli e alle proprie competenze, accertate con esami dei titoli, scritti, orali. Ma poi l’ascensore della mobilità verticale all’interno dell’organizzazione non deve essere vincolato al superamento di prove, in cui si è giudicati da persone diverse da quelle per e con cui si è lavorato.

    Prevedo che si obietterà: come si evita l’arbitrio, il nepotismo, il clientelismo o peggio? Ovviamente, le proposte di avanzamento non possono che partire dal proprio dirigente o capoufficio che dir si voglia. Colui che ti conosce, per cui e con cui hai lavorato, e che ha utilizzato questa leva per motivarti. Le proposte dovrebbero poi essere vagliate da una commissione fatta invece da persone che non conoscono direttamente né il lavoratore né il dirigente, e che valuteranno la meritevolezza e l’onestà di quella proposta.

    Una filosofia, questa, che con varianti già è presente nei sistemi di gestione delle carriere di alcune organizzazioni pubbliche, una per tutte la Banca d’Italia.

    La capacità di motivare non passa attraverso la possibilità di distribuire un incentivo economico, che comunque – per i motivi già illustrati – deve essere gestito (è denaro pubblico!) secondo criteri rigorosi e obiettivi. Innanzitutto, perché i dipendenti pubblici, godono – dovunque – di un “premio” costituito dal fatto che intrinsecamente nel lavoro pubblico i salari sono più alti della produttività, non partecipando le Pubbliche Amministrazioni a un mercato. In secondo luogo perché negli uffici pubblici i dipendenti bravi sono quelli capaci di far funzionare il cervello: nella Pubblica Amministrazione ci si muove soprattutto tra carte e regolamenti, essendo una minoranza le professionalità tecniche, e il cervello funziona indipendentemente dalla timbratura del cartellino. Bisogna quindi fare leva su incentivi morali e il più potente di essi è la possibilità di far carriera, migliorando la propria posizione economica, sociale e la propria gratificazione.

    Del resto di forme di incentivazione ne abbiamo sperimentate tante nel pubblico, senza risultati apprezzabili, e sarebbe forse ora di provare strade diverse.

    Il principio di cui parlo secondo me farebbe partire davvero l’”ascensore” della carriera e sarebbe una riforma vera, importante, di vasto impatto, capace (forse) di far davvero cambiare verso alla PA.

    Ma una riforma del genere non è mai stata presa in considerazione da nessun riformatore. Perché? Forse perché la società italiana teme la competizione e preferisce acquattarsi in un ipocrita appiattimento del merito e delle carriere. Forse perché – come mi disse una volta un sindacalista cui esponevo la mia idea – “non possiamo fidarci di voi dirigenti.” Forse perché nella ex patria del diritto, resiste il mito della “procedura giuridica” che dovrebbe garantire l’imparzialità assoluta e invece non riesce a produrre risultati effettivamente equi.

    I fratelli Coen un film come “Mister Hula Hoop” in Italia non avrebbero potuto girarlo. Il protagonista (che nel film diventa leader dell’azienda in cui era entrato come addetto alla posta) avrebbe passato il proprio tempo libero a preparare il concorso, anziché inventare l’hula-hoop (e poi il frisbee).

  14. Ex incaricato, adesso vieni a fare sfoggio di cultura anche qui oltre che su mininterno?
    Mediamente leggo una ventina di libri l’anno, ma ancora mi manca “Il manuale del leccaculo” di Richard Stengel….sai dirmi se è interessante?

  15. Caro Amico,
    Son contento per te che leggi, lo faccio anch ‘io, amplia gli orizzonti.
    Se mi conoscessi, sapresti che tutto mi si può dire tranne che leccaculo, che ho costruito la mia carriera sul lavoro e sui sacrifici, acquisendo una credibilità anche a livello di direzioni centrali. Che tu ci creda o no, non ha molta importanza.
    Solo che per te l’eguaglianza incaricato=leccaculo e’ sempre soddisfatta. Ti sbagli, caro collega (se lo sei, come credo). E il tentativo di offendermi non fa cambiare di una virgola chi sono, probabilmente qualifica te. Perché, vedi, ognuno proietta negli altri ciò che è.
    Detto ciò, dai un’occhiata in giro e ragione con serenità . Vedrai certamente dei raccomandati, ne’ più ne’ meno delle tornate concorsuali che hanno individuato l’attuale dirigenza. Ma vedrai anche gente in gamba che lavora bene e ha dato molto.
    Io credo che siano in tanti e che l’Agenzia ha raggiunto gli obiettivi che ha raggiunto anche per il nostro lavoro.
    Buona serata.
    Ps se non l’hai gia’ capito io vengo dal Territorio

  16. Pure un incaricato-psicologo proveniente dal Territorio.
    Non male, se il concorso non ti dovesse andare per il verso giusto (ma ti auguro di cuore che vada tutto bene) potresti far fortuna con quelli che hanno commentato dopo di te. Sono convinto che ti faresti quattro risate sotto i baffi a tentare di curare il loro vittimismo cosmico e la loro rabbia repressa.
    Ciao.

  17. Collega, io di rabbia vedo solo la tua. Spero che il concorso vada bene anche a te, così potrai realizzarti aiutando il Paese.
    In bocca al lupo

  18. Rabbia? Te evidentemente non sai cosa sia la rabbia e la confondi con la soddisfazione di avere finalmente una possibilità, magari remota ma pur sempre una possibilità di diventare dirigente senza dover dire grazie a qualcuno se non a me stesso.
    Magari per te questa é rabbia, per me questa é semplicemente la serenità di chi, dopo 13 anni vede aprirsi uno spiraglio.
    In bocca al lupo anche a te e crepi il lupo. Per entrambi.

  19. Con gli incarichi dirigenziali dati in modo abusivo chi ne risponde per il danno causato all’erario? E ovvio che i c.d. dirigenti illegittimi dovranno risponderne e restituire il conquibus avuto illegittimamente, ma insieme a loro e più di loro dovrebbero risponderne quei Dirigenti doc. che tali incarichi hanno dato.

  20. Si puo essere cosi cog
    Gli incarichi sono stati dati in forza di norme votate da piu parlamenti
    Ma di che parli ?
    Proprio non avete limiti all’odio
    Segui pure le fanfaronate giornalistiche

  21. No, gli incarichi sono stati assegnati violando le leggi che li prevedevano, come stabilito dalla Corte Costituzionale.
    Le norme votate nel 2012, 2013 e 2014 erano una sanatoria di una violazione di legge. Sanatoria dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

  22. Salve,
    Gli incarichi sono stati conferiti sulla base di una norma, il d.lgs. 300/99 e sulla declinazione di essa, cioè sui regolamenti di amministrazione delle agenzie. La consulta ha dichiarato incostituzionale l’art 8 comma 24 del dl 16/2012 e le seguenti proroghe. Questa e’ storia, non interpretazione.
    Con riguardo al danno erariale… Beh, circa gli stipendi, la cassazione a sezioni unite ha dichiarato prevalente l’art 36 della Costituzione sul l’art 87. Cioè vale di più il principio di adeguatezza della retribuzione che il principio di buon andamento della PA. Infine, per il resto…. Il danno erariale va individuato, quantificato e riferito a colpa grave o a dolo. Sennò trattasi di aria fritta o di giornalismo non professionale.
    Buona fine settimana.

  23. Ex incaricato, allora spieghiamo tutto.
    Perchè la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’art.8 comma 24 DL 16/2012? Perchè il DL 16/2012 sanava un utilizzo illegale degli incarichi che erano previsti solo per determinazione situazioni emergenziali e solo per un lasso di tempo breve e determinato.
    E invece gli incarichi hanno sostituito i concorsi e sono diventati strumenti di gestione organizzativa a tutti gli effetti.
    Ergo, gli incarichi erano illegittimi ed illegali. Le norme che sanavano tale illegittimità ed illegalità sono incostituzionali.

  24. Per la precisione perché introduceva un elemento di indeterminatezza nella data di scadenza degli incarichi. A differenza di casi, come quello della Regione Sardegna dove veniva fissata una scadenza definita.
    Poi si può dire tutto, noi siamo certamente stati penalizzati per non avere potuto fare un concorso. Magari protetto come quello che ha fatto, senza successo, chi ha fatto i ricorsi che hanno portato alla sentenza….. Poi se vogliamo contestare anche questo…., basta guardare la classifica del concorso a 999 posti per titoli e colloquio, solo per interni, al n. …..

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