eniRoma, 18 mar – Una volta era l’autunno caldo, momento di approvazione della fu legge finanziaria, rivendicazioni salariali, scioperi. In tempi di governi tecnici, primi ministri in sequenza e con giovani rampanti alla ricerca di affermazione, sembra che quest’anno la stagione arriverà in anticipo. A partire da aprile, infatti, si apre la partita delle nomine pubbliche. Un residuo di quel passato nel quale l’Italia conquistò le prime posizioni mondiali in termini di forza produttiva, quando era ancora lo Stato a guidare l’economia. Golden share o come la si voglia chiamare, è ancora in carico al governo la scelta degli amministratori di vertice di Eni, Enel, Finmeccanica e a cascata tutte le società che ancora dettano la linea di politica industriale.

L’esempio Eni è paradigmatico: prima società per capitalizzazione a Piazza Affari, attività internazionale, società globalmente inserita in un contesto di relazioni estere e diplomatiche di elevata caratura, tanto che non pochi hanno additato il gruppo di San Donato Milanese come una sorta di ministero degli Esteri “sotto copertura”. Non è d’altronde un caso che la direttrice di apertura verso la Russia di Putin sia arrivata insieme (o di conseguenza, si sottolinea spesso) con l’interesse del gruppo petrolifero verso gli asset locali, dai giacimenti da sfruttare in collaborazione con Gazprom fino all’impresa di primo livello rappresentata dal gasdotto South Stream. Direttore d’orchestra di questo sviluppo l’attuale amministratore delegato Paolo Scaroni. Una gestione, la sua, che nei nove anni trascorsi ha portato il cane a sei zampe ad essere giocatore mondiale, dall’Africa all’Asia fino all’America del Sud, con interessi in gioco anche nello shale gas cinese. Con una spinta particolare verso l’esplorazione e lo sviluppo di nuovi giacimenti, tra le quali va ricordata l’immensa scoperta di gas naturale fatta lungo le coste del Mozambico. Non una strategia ovvia, stante che molte compagnie del settore preferiscono puntare sulla finanza per compensare una fisiologica riduzione delle scorte fisiche. Di fronte ai risultati, non sembra però che la guida del manager vicentino sia del tutto gradita al premier Matteo Renzi. Troppo vicino all’ambiente di Berlusconi? Troppo orientato a consolidare i rapporti con una Russia che, con la vicenda dell’Ucraina, sta mettendo alle strette i membri della Nato? E di converso, poco allineato al Washington consensus? Forse nessuna di queste, forse tutte tre insieme. Fatto che sta che, come anticipato su queste pagine, il mandato di Scaroni sembra essere in bilico. Una scelta non tecnica, dato che i risultati stanno del tutto dalla sua. E’ di ieri la comunicazione dei risultati del 2013 che, nonostante le difficoltà di periodo e di settore, tengono l’utile di gruppo a più di cinque miliardi.

leonardo maugeri
Leonardo Maugeri, prossimo Ad di Eni?

Renzi dimostra di conosce già i meccanismi che regolano il consolidamento di un sistema, primo fra tutti l’inserimento di uomini-chiave nei posti giusti. Non i ministeri o gli scranni da sottosegretario, posizioni per le quali basta un manuale Cencelli. E così, per la poltrona di amministratore delegato, il nome che circola è quello di Leonardo Maugeri. Entrato in Eni nel 1994, fa carriera in seno al gruppo fino a ricoprire incarichi di vertice quando, nel 2011, lascia l’azienda. C’è chi parla di forti attriti proprio fra lui e Scaroni, impegnato a puntellare la propria squadra. Attriti non solo personali, ma anche di strategia: Maugeri guarda con occhio critico all’esposizione verso la Russia, giudicandola eccessiva e onerosa per le casse sociali. Non una posizione fuori luogo, che però non considera l’attuale processo di revisione dei contratti di lungo termine verso un livello dei prezzi sensibilmente più basso. Una scelta, quella di Maugeri, attualmente professore all’università di Harvard e curatore di numerose ricerche sul futuro dell’oro nero, che andrebbe quindi in parziale controtendenza rispetto all’attuale guida dell’azienda. Certo, il suo non è l’unico nome e Scaroni sta lavorando “di marketing” per riaffermare la propria posizione e tentare le carte per il quarto mandato consecutivo. Ammesso che la metafora del “Squadra che vince non si cambia” valga -come logica dovrebbe suggerire- anche e soprattutto per la grande industria.

Filippo Burla

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