DescalziRoma, 13 set – Un miliardo e 96 milioni. A cui vanno ad aggiungersi 200 milioni da parte di Shell. A tanto ammonterebbe l’immensa (definirla “maxi” sarebbe riduttivo) tangente che, secondo le ipotesi dei pubblici ministeri di Milano sarebbe stata pagata da Eni ad esponenti ed intermediari del governo nigeriano. I fatti contestati risalgono al 2011, quando si perfezionò l’assegnazione di una licenza esplorativa di un campo petrolifero nel paese centrafricano.

La vicenda, vuoi per la mole di denaro, vuoi per il coinvolgimento del sempreverde Bisignani -uno dei pochi trait d’union rimasti fra prima e seconda repubblica-sta assumendo proporzioni rilevanti. Secondo le ipotesi della procura, infatti, ad essere coinvolti non sarebbero solo i dirigenti dell’epoca, Paolo Scaroni su tutti, ma anche l’attuale vertice societario. L’amministratore delegato Claudio Descalzi era infatti, nel 2011, a capo della divisione “Exploration & Production”, braccio operativo del cane a sei zampe.

Sarebbe fin troppo facile sottolineare come, nell’ambito dei contratti internazionali che riguardano gas e petrolio, la presenza di intermediari e faccendieri è la regola, più che l’eccezione. Se si considera inoltre che molti dei contratti, come i take or pay di recente rinegoziati con la Russia, sono in parte soggetti a segreto industriale e con alcuna indicazione sui prezzi concordati, ne risulta come il quadro di scarsissima trasparenza non faciliti l’emergere di zone grigie, nelle quali il ricorso a forme di “lubrificazione” dei meccanismi è fin quasi necessario per evitare di uscire del tutto dal mercato. Gli inquirenti meneghini -ai quali va comunque riconosciuto il fatto di dover obbligatoriamente esercitare l’azione penale con pochi margini di discrezione- sembrano in tal senso peccare di quel pizzico di malizia e senso pratico che farebbe chiudere più di occhio di fronte a fatti come questi.

L’accusa formulata dai magistrati è quella di corruzione internazionale. In virtù della legge 231 del 2001 che disciplina la responsabilità amministrativa, l’inchiesta non si limita ai soli dirigenti apicali, ma ad essere indagata è anche la stessa Eni. Tanto che la magistratura svizzera, che collabora con quella italiana, ha già provveduto al sequestro preventivo di 110 milioni depositati in Ticino, presumibilmente parte di un pagamento ancora da porsi in essere. Qualora il procedimento dovesse giungere a conclusione configurando una responsabilità oggettiva sociale, il rischio è finanche l’interdizione di Eni dall’esercizio della propria attività.

Da parte sua, Eni «ribadisce la sua estraneità da qualsiasi condotta illecita» e garantisce «massima collaborazione alla magistratura e confida che la correttezza del proprio operato emergerà nel corso delle indagini». Anche Matteo Renzi si schiera dalla parte dell’impresa, difendendo la nomina di Descalzi avvenuta solo pochi mesi fa: «Sono felice di aver scelto Claudio Descalzi ceo di ENI. Potessi lo rifarei domattina», ha scritto via twitter il presidente del Consiglio.

Filippo Burla

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