Eurodiagnosi/1: una moneta troppo forte?

26b8f17414c0326223a5fcabaabbece9563dde2ed9deef18ed56929eRoma, 17 gen – Va di moda attribuire le oggettive difficoltà in cui versa l’eurozona al debito pubblico, agli sprechi, alle inefficienze ed alla corruzione dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Nessuno, ovviamente, si sogna di negare che questi problemi effettivamente esistano, ma che essi siano così gravi da aver determinato l’attuale depressione economica è un’idea abbastanza fuorviante, che non regge nemmeno ad una verifica empirica superficiale. Infatti, Spagna e Irlanda avevano debiti pubblici ridicoli in rapporto al PIL e persino l’Italia, in questo senso, stava lentamente migliorando (ammesso e non concesso che diminuire il debito pubblico sia una cosa così importante). Non scordiamo inoltre che oramai sono ufficialmente in recessione anche i “virtuosi” olandesi e finlandesi, che tanto rigore avevano applicato nel giudicare la Grecia come sappiamo, fino ad arrivare alla provocazione inaccettabile di chiedere la governo di Atene di ipotecare il Partenone.

La verità, semplicemente, è un’altra: l’Euro è una moneta troppo debole per la Germania e troppo forte praticamente per tutte le altre economie che la adottano. Una moneta troppo forte infatti ha la sgradevole tendenza a rendere molto più semplice importare beni dall’estero anziché produrli in patria, e questo porta a due importanti conseguenze. Innanzitutto, aumenta il debito con l’estero, soprattutto dei privati, perché se una nazione importa più di quello che esporta, allora si sta indebitando, esattamente come un privato che spenda più di quanto guadagni. In secondo luogo, un cronico deficit commerciale (importazioni maggiori delle esportazioni) tende a favorire la deindustrializzazione dell’economia reale, a causa delle difficoltà in cui si trovano le imprese, con tutte le conseguenze del caso in termini di occupazione, produttività, dipendenza dall’estero. Infatti, le imprese si trovano spiazzate sia sul mercato estero perché la moneta sopravvalutata impone di vendere ad un prezzo non concorrenziale, sia su quello interno perché viceversa le importazioni costano meno, quindi licenziano e chiudono. Bisogna essere molto chiari in proposito: in questa situazione profondamente irrazionale, l’austerità è l’unica strada percorribile. Chi si scaglia contro l’austerità ma al contempo difende l’Euro, è ignorante oppure in malafede. Il motivo è banale: nel 2007 è scoppiata una bolla speculativa di dimensioni colossali, che ha spinto l’economia planetaria in recessione.


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Ora, la storia insegna che il modo migliore per riprendere a crescere è attuare politiche espansive, ovvero in estrema sintesi stampare moneta per aumentare la spesa pubblica o diminuire la pressione fiscale, o un mix delle due cose. In Italia, con il nostro livello di tassazione, sicuramente la seconda ipotesi sarebbe la più congegnale. Certo, esiste il problema secondo cui la Bce non può, per statuto, acquistare titoli di Stato all’atto dell’emissione, così finanziando direttamente il disavanzo pubblico degli Stati, ma secondo alcuni si tratta di un problema superabile con qualche espediente giuridico-diplomatico-finanziario. Il punto nodale è però che in un sistema di cambi fissi (come, di fatto, è l’Euro), se anche poniamo la Bce finanziasse il governo italiano ed il medesimo facesse un taglio secco di 100 miliardi delle tasse, rimettendo in moto l’economia reale, torneremmo anche ad accumulare debito estero. In effetti, l’austerità, ammazzando la domanda interna (ovvero quanto consumano le famiglie, ma anche quanto investono le imprese) a colpi di tasse, ha avuto la capacità di riportare in equilibrio la bilancia commerciale, al prezzo, ovviamente, di una depressione economica come mai nella sua Storia l’Italia aveva conosciuto. Potremmo attuare le necessarie misure espansive per tornare a crescere solo se recuperassimo la Lira, e con essa la flessibilità del cambio, che si svaluterebbe riportando la nostra situazione in equilibrio senza dover massacrare famiglie ed imprese per impedire loro di consumare. Si tratta dunque di scegliere fra la depressione economica e l’indebitamento continuo. Oppure, tentare di oltrepassare questa folle alternativa ed immaginare una strada diversa e migliore.

Matteo Rovatti

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