26b8f17414c0326223a5fcabaabbece9563dde2ed9deef18ed56929eRoma, 23 gen – Il fatto che l’assenza di un governo federale europeo con un debito pubblico monetizzabile, di un fisco e uno stato sociale federali, di “stabilizzatori automatici” e trasferimenti tra regioni, sia all’origine della probabile rottura dell’unione monetaria europea, appena uno dei suoi membri si trovasse in forti difficoltà per qualsiasi motivo, appare ampiamente condivisa persino fra chi difende a spada tratta il progetto eurocratico ed antinazionale. La storia dimostra infatti che per mantenere unita in un’area valutaria economie diverse per competitività, l’esistenza di un governo centrale con un budget abbastanza ampio è in piuttosto utile. Infatti, le regioni che perdono posizioni a causa della scarsa competitività godono di una serie di stabilizzatori automatici come meno tasse, stato sociale, sussidi ed incentivi che tendono a mantenere la situazione in un pur precario equilibrio. Se poi il governo attua politiche di spesa in disavanzo volte a sostenere un ambizioso piano infrastrutturale, le differenze di competitività possono addirittura essere riassorbite, nel tempo, ma per raggiungere questa fase occorre una politica non soggetta ai vetusti dogmi neoliberisti che predicano il pareggio di bilancio e la neutralità economica dello Stato. Tutto questo in teoria, perché in Europa questo non c’è e non ci potrà mai essere. Non solo siamo in pesante depressione e decrescita economica, sociale, ma anche nella migliore delle ipotesi l’integrazione politica si compirà fra anni o decenni. Non va neanche sottovalutato il problema che a detta di chi scrive non è nemmeno tanto auspicabile la creazione degli Stati Uniti d’Europa, ovvero di una nazione sorta dalla fusione a freddo di decine di popoli diversi per lingua e cultura. Unione Sovietica, Jugoslavia, Libano, Cecoslovacchia, Sudan, Belgio sono solo alcuni degli esempi più eclatanti di come sia difficile far convivere popoli diversi in un’unica compagine politica. Vi sono poi tensioni separatiste soffocate con la forza (Curdi di Iraq e Turchia, Cecenia, Ossezia, Inguscezia, Daghestan) e gestite con politiche assistenzialistiche e sostanzialmente ipocrite ed inefficienti (Québec, Catalogna, Euskadi, Scozia, Ulster, Alto Adige). Persino l’India, multietnica per definizione, ha nella sua storia unitaria subito due sanguinose scissioni. Sperare o addirittura auspicare l’integrazione politica europea è fuorviante sul piano politico e, soprattutto, non dà risposte ai problemi attuali che sono quelli della desertificazione del tessuto produttivo.

Una via indiretta per raggiungere lo stesso risultato potrebbe essere quello proposto da alcuni economisti di area di sinistra, che propongono di indicizzare i salari europei alla produttività nazionale del lavoro. In altre parole la Germania dovrebbe essere, in piccolo, quello che gli Stati Uniti sono stati grande per il resto del mondo nell’epoca di Bretton Woods e cioè i fornitori di liquidità ufficiale. Non dimentichiamo che il sistema di Bretton Woods non era altro che una parità delle valute estere nei confronti del Dollaro. Banalmente, se gli Stati Uniti non fossero stati perennemente in deficit commerciale (importando più di quello che esportavano), il resto del mondo non avrebbe avuto la liquidità necessaria per compensare le rispettive transazioni. È un metodo profondamente irrazionale? Certamente, ma anche l’Euro è irrazionale, come tutti i sistemi in cui il cambio estero viene bloccato per ottenere non ben specificati vantaggi riguardanti una “stabilità” più supposta che reale. L’eurozona potrebbe reggere se la Germania accettasse un incremento dei salari reali pari circa al 20% con annessa probabile impennata dell’inflazione. In questo modo la domanda interna crescerebbe enormemente, con notevoli effetti ovviamente nel tenore di vita dei tedeschi, ma soprattutto aumentando di molto le importazioni e probabilmente diminuendo le esportazioni in quanto le imprese sarebbero meno competitive. In questo modo, le nazioni svantaggiate dell’eurozona potrebbero riprendersi, e la Germania si assumerebbe la responsabilità intrinseca alla  sua posizione di leadership in Europa. L’egemonia non comporta solo benefici, ma anche costi, senza i quali l’intero sistema crollerebbe su se stesso, come effettivamente sta succedendo ora. Chiaramente questa soluzione è del tutto ipotetica in quanto i tedeschi, persino quei lavoratori subordinati che avrebbero tutto da guadagnare dalla situazione, non accettererebbero, nemmeno di fronte alla prospettiva del tracollo, di inflazionare la propria economia. E questo dimostra, una volta di più, che popoli diversi non possono convivere se non nella forma “imperiale”, ovvero con una gerarchia di valore dei medesimi. L’uscita dall’euro ed il ripristino dei controlli sui flussi di capitale paiono in ogni caso l’unica soluzione razionale ed accettabile ai nostri problemi derivanti dall’aver creduto che “euro” ed “Europa” fossero la stessa cosa.

Matteo Rovatti

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