Marchio_Fiat_Chrysler_highRoma, 30 gen – La scalata che, sotto la guida dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha permesso a Fiat di giungere al controllo di Chrysler non è notizia recente. Affonda le proprie radici 5 anni fa quando, nel 2009, il gruppo di Torino si affacciò a Detroit acquisendo una quota di minoranza dello storico marchio a stelle e strisce. Complice anche la stagnazione del settore in America, nel giro di un lustro l’azienda di famiglia Agnelli riesce a rastrellare la totalità delle azioni, avviando successivamente la fusione industriale che viene a perfezionamento con la nascita di Fiat Chrysler Automobiles – nuovo nome che viene ad assumere il conglomerato.

Il consiglio di amministrazione riunitosi nella giornata di ieri ha, oltre alla questione formale del nome, deliberato in merito alla struttura che verrà ad assumere il gruppo nel prossimo futuro. Un futuro che, dopo 115 anni di storia, si distacca dall’Italia: Fiat Chrysler Automobiles avrà sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra, con azioni quotate alla borsa di New York e solo secondariamente anche a Piazza Affari.  La scelta di Londra risponde a una logica di benefici dovuti ad una riforma recente: oltre alla stabilità normativa, l’attuale corporate tax si colloca al 21% e con la previsione di scendere ulteriore, l’anno venturo, al 20%.

L’idea di fondo che articola la struttura scelta dall’ormai ex Lingotto appare quindi, in prima battuta, una “semplice” architettura sergio_marchionne_pic_mainsocietaria. Tiene a precisare Marchionne: « Questa scelta non avrà effetti sull’imposizione fiscale cui continueranno ad essere soggette le società del Gruppo nei vari Paesi in cui svolgeranno le loro attività». Lo stesso vale per quanto riguarda anche l’ambito più strettamente operativo che, dopo le vicissitudini recenti, dovrebbe essere confermato nell’attuale configurazione che vede lo storico marchio sempre più lontano dall’Italia.

Diverse le reazioni alle scelte compiute dall’alta dirigenza Fiat.  Per il premier Enrico Letta «Tutti gli italiani devono fare il tifo per Fiat, perché si riesca a fare di Fiat un grande attore globale». Secondo il sindaco di Torino Piero Fassino: «Da torinese sono fiero di questa Fiat mondiale» e inoltre «Quello che conta sono la nazionalità dei lavoratori e dove sono gli stabilimenti: i primi sono italiani, i secondi in Italia». Di tutt’altro avviso lo schieramento di opposizione che da va Fratelli d’Italia alla Lega Nord. Stefano Allasia, deputato del Carroccio, chiede al governo di riferire in parlamento perché «Fiat è un’azienda che ha ricevuto milioni di euro dallo Stato e ora aspettiamo spiegazioni». Posizione quest’ultima non peregrina. Secondo uno studio della Cgia di Mestre infatti, sono almeno 7.6 i miliardi di euro che lo Stato ha “staccato” in favore di Fiat dagli anni settanta ad oggi. Una cifra che tuttavia viene stimata al ribasso, in quanto non tiene ad esempio conto della spesa per ammortizzatori sociali quali la cassa integrazione a cui l’azienda torinese ha attinto a piene mani negli anni.

Tra contributi alla produzione erogati a fondo perduto, sostegno acritico alle ristrutturazioni aziendali, ai licenziamenti e ai piagnistei della dirigenza, la risposta Fiat è stata spesso: delocalizzazioni, ricatti, uso smodato della propria forza contrattuale sfruttando un interlocutore pubblico spesso prono alle esigenze della casa automobilistica. Così, non deve sorprendere la scelta di trasferire l’attività sociale tra Amsterdam e Londra: il distacco dall’Italia era già realtà da un pezzo.

Filippo Burla

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