Fibra ottica: è guerra fra governo e Tim

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banda ultralarga fibra ottica

Roma, 19 giu – A poche ore dalla notizia secondo cui Open Fiber si sarebbe aggiudicata anche il secondo bando pubblico per la costruzione della rete in fibra ottica nelle aree “a fallimento di mercato”, tornano a scaldarsi i toni fra il governo e l’ex monopolista. In un’intervista apparsa su Repubblica, il sottosegretario allo sviluppo economico Antonello Giacomelli (Pd) ha intimato senza mezzi termini a Tim di bloccare gli investimenti nelle aree del bando: “L’azienda non investa nelle aree periferiche o il governo scenderà in campo” e valuterà “le azioni necessarie a tutelare la collettività”. Siamo alle minacce insomma, con un approccio di politica economica talmente dirigista da stonare rispetto quanto ci si aspetterebbe da un governo Pd.

Il ministero dello sviluppo economico è infatti il maggior sponsor del piano per la banda ultralarga, varato nel 2015 dal governo Renzi e che, fra le altre misure, punta a realizzare una rete in fibra ottica di proprietà pubblica in tutte quelle aree dove gli operatori privati avevano dichiarato di non essere intenzionati a investire. Il progetto, sostenuto con un finanziamento europeo di oltre tre miliardi, interesserà 7.300 comuni su un totale di 8.000, dove il mercato ha fallito e solo un intervento pubblico può rendere possibile la costruzione di un’infrastruttura ormai indispensabile al Paese. In questo quadro viene appositamente alla luce Open Fiber, la società controllata da Enel e Cassa Depositi e Prestiti, vincitrice dei bandi per la costruzione della rete che dovrà poi essere messa a disposizione degli operatori privati (trasformandoli, in quelle aree, in meri rivenditori della rete pubblica).

Il rischio di perdere un’enorme fetta di clienti per l’ex monopolista appare troppo alto e per questo, oltre alla macchina dei ricorsi amministrativi, la società guidata da Flavio Cattaneo ha varato un ambizioso piano di copertura delle aree oggetto di finanziamento pubblico, con l’obiettivo evidente di bloccare l’iniziativa del governo (o almeno ridimensionarla fortemente). Dove investe un operatore privato infatti le leggi sulla concorrenza vietano l’avvio di un intervento pubblico. La differenza per il Paese sarebbe comunque notevole: se da un lato Tim prevede la realizzazione di una rete in fibra ottica solo fino all’armadio di strada (Fiber to the cabinet), i progetti di Open Fiber dovrebbero portare l’infrastruttura fino a casa del cliente (Fiber to the home), con prestazioni evidentemente migliori.

Non solo: il rischio di un ritardo del piano pubblico è poi altrettanto grave e giustifica la durezza dello scontro registrato nelle ultime ore almeno per un altro paio di motivi. Alla lunga i fondi europei potrebbero diventare inutilizzabili, il ritorno in immagine per Renzi&Co rischierebbe di venire meno (l’Italia oggi è in coda alle classifiche europee sulla disponibilità di connessioni ultraveloci) e Open Fiber potrebbe traballare, soprattutto dopo aver acquistato la società della fibra Metroweb per oltre 700 milioni. Prezzo gonfiato dalla necessità di strapparla a Tim e acquisire know-how in vista delle gare. Una partita, anche questa di Metroweb, in cui la politica non ha mancato di giocare il suo ruolo.

Alle dichiarazioni del sottosegretario è seguita la risposta a tono di Tim che, tramite il suo amministratore delegato Flavio Cattaneo, conferma i progetti in campo: “La fibra in Italia è solo quella di Tim. A luglio raggiungeremo il 70% della popolazione, l’85% entro fine anno. Il resto sono chiacchiere”. Ma, a questo punto, solo delle elezioni a breve e con un risultato sfavorevole all’attuale maggioranza o l’intervento dell’antitrust europea potrebbero frenare la debacle dell’ex-monopolista

I tempi di completamento del piano saranno comunque lunghissimi (impossibile terminare i lavori prima di almeno sette od otto anni) e solo alla fine si potrà decretare il risultato della forte di presa di posizione del governo contro il maggiore operatore italiano, ora a controllo transalpino. Per ora la volontà di riportare un’importante fetta della rete di telecomunicazioni sotto il controllo pubblico, per giunta in barba al dogma del libero mercato, non sarebbe del tutto deprecabile. Se non fosse che ci troviamo di fronte a un paradosso di non poco conto, con lo Stato che utilizza un approccio interventista per continuare nell’opera di normalizzazione di Telecom Italia, in sintonia con l’orientamento espresso in occasione della liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni e della privatizzazione del colosso, che oggi conta ancora oltre 50.000 dipendenti.

Armando Haller

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