fincantieriRoma, 6 lug – “A pensare male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca”, ha affermato un illustre paranoico colto e di successo. E proprio con questo dispositivo cerchiamo di analizzare quanto è accaduto a Fincantieri. Un’analisi che va oltre il percorso della giustizia, le analisi sindacali e le formali indignazioni politiche.

Dopo il periodo del fascismo che ha portato alla modernizzazione ed alla industrializzazione dell’Italia, c’è stata un’ulteriore fase che ha visto la difesa della sovranità nazionale da parte di coloro che nel ventennio ebbero possibilità di crescere con l’idea di Patria e senso dello Stato, anche da posizioni politiche diverse.

L’assassinio di Enrico Mattei nel 1962 e il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978 sono le due date che segnano con il sangue l’attacco alla Nazione da parte di forze straniere, con l’intento preciso di ridurre sempre di più la potenza economica e l’autorità politica dell’Italia.

Con progressione metodica, a parte la parentesi autorevole di Craxi, nel 1992 arriva l’incisivo attacco allo Stato. Grazie alla messa fuori gioco della classe politica con la sospetta operazione di ‘Mani pulite’, la manovra di smantellamento dell’apparato imprenditore e industriale prosegue con sistematica coerenza. Il 2 giugno, sul panfilo Britannia, l’Italia si inginocchiò al capitalismo transnazionale, con la decisione di liquidare i beni nazionali – dalla SIP alle Ferrovie alle Poste alla stessa Banca d’Italia. Alla finanza cosmopolita vennero svendute ‘industrie di superiorità’, come l’aereospaziale, il nucleare e la ‘grande elettronica’ A condurre la liquidazione furono Mario Draghi e Azeglio Ciampi, quello che, nella sua carica di rappresentante istituzionale, inaugurò una tragica farsa che persiste tuttora. Egli fu il secondo capo di governo non parlamentare dopo Pietro Badoglio, seguito a distanza di un ventennio da Mario Monti e da Enrico Letta, dopo il colpo di stato perpetrato da Giorgio Napolitano, per arrivare a Matteo Renzi, per ora l’ultimo non eletto, circondato da non eletti, in un consiglio costituzionalmente illegittimo perché non deciso dal popolo sovrano.

Lenta e metodica fu anche, in contemporanea, la totale dismissione dello stato sociale con attacco al risparmio familiare e distruzione di ogni tutela del cittadino e del lavoratore. Il liberismo privatizzatore ha in tal modo corroso la dignità, l’orgoglio e l’indipendenza di una intera nazione.

Ora, tornando alla perfidia andreottiana, qualche dubbio è lecito nel valutare gli accadimenti alla Fincantieri. È quanto meno ambiguo il fatto che una delle più importanti realtà industriali, nel momento di maggior successo dal punto di vista imprenditoriale, finisca nel mirino giudiziario per motivi quanto meno discutibili. Questo mentre Finmeccanica sta cedendo sotto la gestione di Mario Moretti. Questo nel momento in cui Fincantieri può dimostrare una indiscussa solidità progettuale nel suo approdo in Borsa. Tutto ciò confermato da un’altra ambiguità: a fronte della pulizia bulgara applicata da Renzi, Petrone e Bono rimangono ai loro posti con solerte ubbidienza e maliziosa coincidenza.

Ora, non vorrei – come sottolinea Filippo Burla su Il Primato nazionale – che questa manovra fosse il tragico preludio per l’ennesima cessione di Sato posta in essere in modo subdolo e anestetizzato. Perciò, la battaglia per Fincantieri deve essere condotta sì a tutela dei lavoratori, ma con lo scopo ancora più alto di difendere un esempio ed un simbolo di quella sovranità industriale ed imprenditoriale per la quale gli stessi lavoratori ed i loro familiari hanno dato letteralmente la vita. Difendere Fincantieri significa difendere l’Italia, la sua libertà e la sua indipendenza dalla predazione liberal-capitalista e mondialista.

Adriano Segatori

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