AnsaldoBreda_logoRoma, 23 gen – Prosciolto da ogni accusa. Questa la conclusione, un anno fa, della vicenda che ha visto coinvolto Pierfancesco Guarguaglini, il dirigente pubblico che dopo il salvataggio di Fincantieri è riuscito nell’impresa di trasformare Finmeccanica in giocatore mondiale capace di competere anche nel campo delle commesse all’esercito degli Stati Uniti. Troppo elegante ed educato sarebbe stato reintegrarlo al vertice della capogruppo, il cui destino era ormai segnato da una serie di inchieste a raffica pronte a smantellare il comparto industriale ancora nelle mani dello Stato.

L’azienda fu, all’epoca dell’abbandono di Guarguaglini, affidata al duo Giuseppe Orsi – Alessandro Pansa; il primo in veste di amministratore delegato, il secondo di direttore generale. Il piano industriale sembrava già preconfezionato: dismissione del comparto civile al fine di abbattere il debito e concentrazione dell’attività nel ramo militare. Un’inchiesta giunta a conclusione proprio nei giorni del proscioglimento di Guarguaglini provvide però a decapitare metà del vertice, lasciando al timone il solo Pansa e rallentando di fatto le operazioni programmate. Operazioni che sembrano infine aver trovato una quadratura. E’ infatti dell’autunno scorso la cessione di AnsaldoEnergia al Fondo strategico italiano grazie ad un importante impegno da parte di Cassa Depositi e Prestiti che ha permesso di mantenere l’azienda ligure sotto il controllo pubblico.

imagesIl secondo tassello è rappresentato invece dall’ambito ferroviario, attorno al quale si stanno presentando degli sviluppi. Tale comparto è presidiato da due aziende: Ansaldo Sts, attiva nei sistemi di segnalamento e AnsaldoBreda, operante nella costruzione di materiale rotabile tra cui il recente Frecciarossa 1000. Se la prima –quotata anche alla Borsa di Milano– e’ spesso indicata come un “gioiello” in termini di redditività, la seconda soffre problematiche che tentativi lunghi ormai anni non hanno ancora risolto. Di qui il progetto di abbinare le due realtà e cederle contemporaneamente. In alternativa l’idea, che sembra verrà percorsa, è dividere gli stabilimenti e le commesse di AnsaldoBreda fra redditizie e non redditizie sulla scia del modello bad company e procedere così alla cessione delle più appetibili, lasciando in capo al ministero dell’Economia –che controlla il 30.2% di Finmeccanica– il classico cerino.

E’ notizia recente anche la volontà trapelata dai vertici di piazza Monte Grappa di procedere alla cessione di Mbda. Ed è qui che si concentrano i maggiori dubbi. Mbda è infatti una società (partecipata anche dalla franco tedesca Eads e dalla britannica Bae) attiva nell’ambito militare, dato che progetta e costruisce sistemi missilistici. Non si capisce dunque in che modo possa rientrare nel piano industriale che prevede il disimpegno in teoria dal solo ramo civile. A meno che il processo di dismissione in atto non sia prodromico al ridimensionamento dell’intera struttura industriale la quale, fino a prova contraria, opera in un settore nel quale le commesse vanno a braccetto con le capacità governative di impostare una politica estera che al momento sembra essere carente.

Al di là del depotenziamento di Finmeccanica, il rischio è inoltre legato a questioni di competenze. Le aziende attive nel mondo in ambito trasporti e sistemi si contano in una decina, per cui ogni cessione implica un importante vantaggio strategico per l’acquirente e concorrente. Detta in altri termini: risorse economiche, brevetti, tecnologie che lasciano il paese. Un progetto ventilato da più parti ipotizzava di aiutare Finmeccanica nelle cessioni trasferendo le aziende oggetto di dismissione in un gruppo “civile” pubblico, in capo alla Fintecna già titolare di Fincantieri che nell’ambito navale è tra i primi operatori mondiali. Ipotesi ambiziosa ma non irrealizzabile, la quale tuttavia richiederebbe un piano di politica industriale che al momento si vede solo in (pochi) momenti.

Filippo Burla

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