Fracking: intervista a Luca Pardi, Presidente di Aspo Italia

Fracking_Graphic_t670Pisa, 1 ott – È notizia recente che la Commissione Ambiente della Camera ha approvato un emendamento al ddl “Collegato ambientale” alla Legge di Stabilità 2014, che di fatto vieta il fracking su tutto il territorio nazionale, invocando il principio di precauzione rispetto ai rischi sismici, ambientali e sanitari.

Lo stesso autore di questo pezzo ha recentemente rilasciato una breve intervista radio riproducibile anche qui sotto

 

Ora ci interessa però conoscere l’opinione di chi è immerso ogni giorno nel lavoro di ricerca sulle risorse energetiche. Uno di questi, tra i più autorevoli, è Luca Pardi, ricercatore del Cnr presso l’Istituto per i processi chimico-fisici a Pisa, è presidente della sezione italiana della prestigiosa associazione per lo studio del picco del petrolio, Aspo Italia, che da parecchi anni ormai si occupa di studiare lo stato delle risorse energetiche non rinnovabili e il loro complesso rapporto con l’economia e la società.

 

Pardi, ad Aspo Italia vi siete occupati recentemente della questione fracking, esprimendo più che semplici dubbi sul presunto “miracolo americano” e sulla sua esportabilità in Europa e in Italia. Prima di tutto, in breve, cos’è il fracking?

Il fracking è una metodologia di estrazione di petrolio e gas da rocce compatte, rocce, cioè, che hanno poca voglia di concederci i fluidi che contengono. Gas e petrolio sono normalmente contenuti nei pori (minuscole cavità) delle rocce, quando questi pori sono ben connessi fra loro i fluidi sono in grado di scorrere attraverso il giacimento e possono essere estratti nel modo tradizionale. Quando invece i pori sono isolati uno dall’altro, si ricorre alla fratturazione della roccia immettendo un liquido, solitamente acqua, ad altra pressione insieme ad un additivo inerte, solitamente sabbia, che permette di mantenere aperti i canali formati con la fratturazione che altrimenti collasserebbero sotto il peso della massa di roccia sovrastante. Il fluido usato è completato da una lista piuttosto lunga, e almeno in parte coperta da segreto industriale, di altri additivi chimici che hanno diverse funzioni. In italiano fracking si traduce come fratturazione idraulica e in pratica è diventata una tecnologia di successo, almeno dal punto di vista delle quantità estratte, grazie alla combinazione con la trivellazione orizzontale che permette di entrare in contatto con volumi molto maggiori di roccia.

 

Può spiegare su quali basi tecnico-scientifiche Aspo Italia ha preso una posizione così netta contro il fracking?

La prima valutazione è di tipo energetico. Il passaggio allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi in rocce compatte è uno degli aspetti del generale declino della qualità delle risorse minerarie. Nel caso delle risorse energetiche tale declino è misurato dalla riduzione del Ritorno Energetico sull’Energia Investita (EROEI). In pratica l’EROEI è il rapporto fra l’energia che si ottiene da una data fonte e l’energia spesa per ottenerla. Nel caso di fonti energetiche complesse come quelle elettriche: rinnovabili, centrali termiche e nucleare. La stima dell’EROEI è piuttosto complicata perché implica l’analisi dell’intero ciclo di vita dell’impianto. Ma nel caso degli idrocarburi una stima dell’energia necessaria per estrarli, una volta che si siano delimitato l’ambito del calcolo, ad esempio limitandosi a valutare la spesa energetica per ricerca, prospezione e trivellazione, è abbastanza agevole. Tale stima dell’EROEI cosiddetto “a bocca di pozzo” mostra un continuo declino dall’inizio del secolo scorso, quando per estrarre 100 barili di petrolio se ne consumava 1 (EROEI = 100:1) alla situazione attuale che per il petrolio convenzionale in cui il rapporto è compreso fra 20:1 e 10:1. Secondo alcuni l’EROEI del petrolio e del gas estratti con il fracking possa essere prossimo a 1:1 cioè costa tanta energia quanta se ne ottiene.

Lo shale gas e il tight oil (così si chiamano anche gas e petrolio ottenuti attraverso questa tecnica) hanno anche altre caratteristiche. Generalmente la vita di un pozzo è lunga diversi anni ed è caratterizzata da un iniziale crescita produttiva piuttosto rapida, un lungo periodo di produzione costante (un plateau) e un lento declino fino alla chiusura. Nel caso del fracking I pozzi hanno tempi di esaurimento molto rapidi, spesso un pozzo di shale gas produce  nel primo anno l’80% di quello che produrrà nella sua intera vita e spesso si osservano tassi di declino produttivo del 20-30% per anno. Per mantenere la produzione costante si deve ricorrere dunque ad una continua trivellazione del campo interessato.

Inoltre, mettendo da parte la propaganda pubblicitaria delle aziende impegnate nel fracking, le riserve dichiarate e accertate sono in gran parte irraggiungibili e la maggior parte di esse rimarrà nel sottosuolo. Infatti solo alcuni punti speciali dei campi petroliferi di tight oil e shale gas (i cosiddetti sweet spots) hanno elevata produttività. Nelle altre parti del campo petrolifero l’estrazione è più difficoltosa e ci sono perfino dubbi sulla reale redditività economica dell’impresa.

superpardiE così veniamo al tema della redditività. L’intera impresa del fracking si è sviluppata quasi esclusivamente negli Stati Uniti dove si verifica una combinazione di fattori giuridici, tecnici, micro e macroeconomici e geologici favorevoli. Nonostante questo c’è chi mette in dubbio la reale economicità di tutta l’operazione usando per essa il famoso epiteto di “schema Ponzi”. Un investimento finanziario tecnicamente vuoto in cui importanti dividendi sono pagati ogni anno ai vecchi investitori usando i soldi dei nuovi investitori attratti dalla promessa di guadagni facili finché il trucco viene scoperto e gli ultimi restano con il cerino in mano. Il fatto è che dopo la crisi del 2007-2008 negli USA, quella dei subprime per intendersi, la Fed (Federal Reserve – banca centrale Usa) ha riversato sul mercato una massa di liquidità che si è trovata nella necessità di cercare investimenti e un battage pubblicitario di successo ha attratto molti investimenti proprio in questo settore, ma per valutarne la redditività si dovrà aspettare ancora qualche tempo. I nodi stanno comunque venendo al pettine ed è probabilmente questo che ha ridotto l’interesse europeo per il fracking che le compagnie petrolifere provavano ad esportare in tutto il mondo.

Ultimo fattore contro il fracking è l’impatto ambientale dato dal rischio chimico determinato dalla formulazione dei liquidi immessi nei pozzi che possono inquinare le falde acquifere, e dal rischio sismico. Infatti l’introduzione di fluidi all’interno di strutture geologiche in tensione comporta un elevato rischio sismogenico. Nel nostro paese, noto per la sua elevata sismicità, ci sono già circostanziate obbiezioni perfino per gli stoccaggi di gas in formazioni geologiche che possono e spesso sono attraversate da faglie, figuriamoci cosa potrebbe succedere con l’introduzione di fluidi ad alta pressione.

Comunque se devo prendere uno spunto dal titolo di questa intervista direi che l’Italia non avrebbe guadagnato granché dal fracking e loro sapendolo, hanno fatto gli splendidi, come si dice a Firenze. In compenso propongono di riprendere a trivellare il nostro sottosuolo alla ricerca di idrocarburi.

 

C’è un problema, però: dopo aver sostanzialmente “perso” gli approvvigionamenti dalla Libia con uno stato di guerra aperta in una parte strategica del Medio Oriente e la crisi Ucraina con accompagnata dalle tensioni con la Russia, l’Italia che già non vede segnali di ripresa non rischia davvero di rimanere, in tutti i sensi, al buio?

I problemi non sono solo per l’Italia, ma per tutti i paesi consumatori. Noi di ASPO siamo convinti che la crisi economica in cui siamo immersi dal 2008, sia almeno in parte dovuta alla stasi della produzione petrolifera osservata nel primo decennio del secolo e che è stata curata, come abbiamo visto prima, attingendo a risorse di minore qualità. Il fatto è, secondo noi, che si dovrebbe ammettere un fatto essenziale: la crescita economica non può essere un processo che dura indefinitamente. Jay Forrester, quasi mezzo secolo fa diceva: “la crescita si può fermare, si deve fermare e si fermerà”. Il picco del petrolio, la riduzione della qualità delle risorse minerarie, i fenomeni legati all’inquinamento, al cambiamento climatico, alla nitrificazione dei suoli e alla loro erosione, all’eutrofizzazione degli specchi d’acqua, agli spettacolari tassi di estinzione osservati che impongono al pianeta una crescente riduzione della biodiversità sono tutti segni di un overshoot ecologico della nostra specie che non ha altra cura che un rientro rapido ed efficace nell’alveo della sostenibilità. I combustibili fossili ci hanno fatto esplodere come popolazione e come consumi, la riduzione della loro disponibilità dovrà necessariamente essere accompagnata da una parallela riduzione dei numeri. Il problema non è italiano, è l’intera società umana che ha perso il senso del limite ed è convinta che scienza e tecnologia possano supportare una continua crescita dei numeri. Ma non è così. Attraverso l’aumento della viscosità con cui rilascia le sue risorse essenziali, e gli effetti dell’accumulo dei rifiuti delle nostre attività la “Mano Invisibile” della natura ci da un segnale inequivocabile: abbiamo superato la capacità di carico del pianeta. E si tratta di una Mano Invisibile che è più severa di quella, osannata, del mercato.

 

Proporre dubbi e raccomandare approfondimenti, così come imporre divieti, va bene, quando ne sussistono le ragioni, ma Aspo Italia propone anche soluzioni praticabili al problema energetico nazionale?

Ci sono molte cose che si potrebbero fare per mitigare l’inevitabile periodo di contrazione che ci aspetta in coincidenza con la riduzione del flusso di energia e materia dalla natura alla società umana.

1) Preparare piani nazionali e locali di emergenza nel caso si verifichino penurie di combustibili. In questo tipo di piani i combustibili dovranno essere usati per scopi essenziali come la produzione di cibo.

2) Dotare il paese di un’agenda agricola che tenga conto della necessaria transizione dall’agricoltura industriale (che è produzione di cibo per mezzo di petrolio) ad un’agricoltura sostenibile.

3) Uno sforzo più serio nella direzione dell’efficienza nell’uso di energia e materie prime e riduzione a zero degli sprechi, finalizzando ogni guadagno in questo settore ad una riduzione dei consumi (per evitare le conseguenze del paradosso di Jevons).

4) Un piano dei trasporti che tenda a favorire il trasporto pubblico/collettivo rispetto a quello privato/individuale e quello su ferro o per cabotaggio a quello su gomma/asfalto.

5) Incoraggiamento dell’autoconsumo e dell’autoproduzione di energia e prodotti agricoli che ricostituisca la rete di relazioni sociali ed economiche locali sfilacciate da decenni di globalismo economico e dagli ultimi anni di crisi.

6) Il rafforzamento della rete di produzione di energia da fonti rinnovabili uscendo, in particolare, dalla contrapposizione fra fonti elettriche e termiche, sorvegliando il mercato per evitare le storture che si sono osservate negli anni scorsi, ma tenendo in conto l’incentivo “ecologico” implicito e mai considerato, che favorisce l’uso delle fonti fossili.

7) La riparazione, ricostituzione e ristrutturazione del territorio devastato dalla cementificazione e infrastrutturazione degli ultimi decenni, anche in vista dell’evoluzione climatica dei decenni a venire e delle possibili riduzioni di produttività dei terreni agricoli.

8) L’incoraggiamento dei processi di riuso, riciclo, riparazione dei materiali e delle merci in una politica che abbia come orizzonte prossimo l’eliminazione del concetto di obsolescenza programmata, l’allungamento della vita tecnica degli oggetti e la riduzione a zero dei rifiuti.

Anche se alcuni dei punti elencati sembra esulare dal problema energetico è evidente che tutte le attività sono supportate da un certo flusso di energia e ad esso si devono adattare. Noi ci troviamo di fronte ad un dilemma molto semplice: affrontare una transizione ordinata verso minori consumi energetici e verso la sostenibilità ambientale oppure affrontare un collasso della nostra civilizzazione con conseguenze totalmente ignote e imprevedibili.

Naturalmente non mi aspetto che il governo agisca lungo un simile percorso, anzi, il cosiddetto decreto “Sblocca Italia” nella parte che riguarda il tema energetico si colloca nella più convenzionale delle politiche convenzionali. Sembra che questi rottamatori abbiano una linea diretta con i poteri dell’apparato industrial- petrolifero che è perfino più diretto di quello dei loro predecessori più o meno tecnici. Per arrivare a concepire anche solo una parte delle cose elencate sopra ci vorranno ancora alcuni anni.


 

Infine, e questa è una domanda diretta allo scienziato, quali sono le direzioni della ricerca in campo energetico che Lei si sente di raccomandare in ambito italiano ed europeo?

California Oil DrillingLa ricerca ha il grande difetto di essere attualmente al servizio di un sistema economico fondato sul consumo per il consumo. Il consumismo fa si che a volte l’ideazione, la progettazione e la realizzazione  di un oggetto o un materiale assolutamente inutile o ridondante, sia considerata un’innovazione solo perché fa vendere qualcosa, cioè solo perché ha un successo commerciale. Mi aspetto che nel corso dei prossimi decenni, ma spero abbastanza presto, si torni a lavorare nei nostri laboratori armati di quello che sappiamo, e con una visione globale un po’ meno superficiale, per risolvere problemi concreti, non per fornire qualche prodotto da pubblicizzare in prima serata TV. In questo quadro diffido delle direzione date alla ricerca dall’alto. Sono ormai decenni che queste direttive seguono le mode. Anche nel campo della ricerca abbiamo un sistema sostanzialmente acefalo come nel caso della politica e dell’economia. Cioè abbiamo classi dirigenti senza idee che gestiscono l’esistente attraverso piccole e micragnose lotte di potere fra accademici, che per accaparrarsi fondi sempre più scarsi, cercano di dimostrare (prima di tutto a se stessi) che stanno facendo la cosa più importante del mondo, quando, nel 90% dei casi (e sono ottimista) non stanno facendo nulla di utile. E’ chiaro, almeno al sottoscritto, che la ricerca finalizzata alla produzione di energia da fonti rinnovabili sia un settore strategico e spero che nuove idee possano nascere anche al di fuori dall’accademia.

Un altro campo importante è quello della sostituzione necessaria dei minerali e dei metalli rari con altri materiali anche scontando una diminuzione delle prestazioni, ma allungando la vita delle riserve. Molto dovrà essere fatto per rendere sostenibile la produzione di cibo uscendo dall’agricoltura industriale, almeno nelle sue forme a maggiore impatto delle coltivazioni intensive supportate da un uso indiscriminato di fertilizzanti e pesticidi e dell’allevamento industriale supportato dall’uso indiscriminato di farmaci.

Anche in campo medico vedrei bene una progressiva passaggio dalla medicina allopatica basata sull’uso e l’abuso sempre più aggressivo degli strumenti farmacologici e chirurgici, ad una medicina preventiva basata sull’igienismo, della quale sappiamo tutto ma a favore della quale non si fa nulla, a parte un po’ di propaganda, perché non porta soldi all’industria della salute la cui materia prima sono i malati cronici.

Concludo dicendo che una ricerca lungo queste direttive ha pochissima probabilità di successo nel breve perché non è in sintonia con il sistema della ricerca accademica e si deve quindi sviluppare nelle pieghe del sistema in modo opportunista, quasi parassitando i grandi progetti inutili.

Francesco Meneguzzo

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