Il Club Bilderberg: il segreto di Pulcinella del Nuovo Ordine Mondiale

club-bilderberg-200595[1]Copenaghen, 2 giu – Si è conclusa la sessantaduesima riunione del gruppo Bilderberg. Il meeting si è svolto dal 29 maggio al 1° giugno in Danimarca, all’hotel Marriott di Copenaghen. Quest’anno sono stati due i temi strategici: come reagire al successo dei partiti euroscettici alle elezioni europee, e come fronteggiare il nascente asse politico ed economico fra la Russia e la Cina. Quattro gli invitati italiani: l’ex premier Mario Monti, il presidente di Fiat Spa ed Exor Spa John Elkann, Franco Bernabè e, a sorpresa, Monica Maggioni, direttrice di Rainews. Il vertice internazionale più esclusivo del mondo, compie sessant’anni. È tempo di bilanci dunque. Era il 29 maggio 1954 quando gli organizzatori – tra cui il politico polacco Józef Retinger, il principe olandese Bernhard van Lippe-Biesterfeld, il primo ministro belga Paul Van Zeeland e l’allora capo della Unilever, l’olandese Paul Rijkens – invitarono presso l’hotel Bilderberg di Oosterbeek, nei Paesi Bassi, cinquanta personalità del mondo della politica e della finanza. Ma, perché è nato il gruppo Bilderberg?
L’idea era quella di promuovere il dialogo tra Europa e Nord America. Da allora, ogni anno, la riunione si è svolta chiamando a raccolta le figure di spicco della politica e della finanza europea e statunitense.

La scelta dell’albergo non è casuale. Il Bilderberg è il motel ad ore dei poteri forti. Ci sono passati un po’ tutti. Mario Draghi, Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, José Barroso, Giuliano Amato, Vincenzo Visco, Enrico Letta. Per fare qualche nome. Quello che non manca mai è Mario Monti. A tal proposito, è bene ricordare, che Mister Mountains, fin dal 2004 aveva fondato una compagine tutta sua. Si tratta di Brugel (Brussels European and Global Economic Laboratory). Ma chi sono i collaboratori del nostro senatore a vita?

Sono i veri filantropi dell’economia europea. Nel senso che, solo grazie al loro disinteressato insegnamento, potevamo avere nel vecchio continente i grandi economisti di domani. Ad aiutarli, in questo nobile proposito, le Big Pharma Novartis e Pfizer, e poi le banche come Unicredit ed UBS con  finanziamenti milionari.

Tra i generosi elargitori di fondi non ci sono solo i privati, bensì i governi di Stati come Italia, Francia, Belgio, Olanda e naturalmente la Germania.

Da sessanta anni, in sintesi, c’è qualcuno che vuole imporre ai governi nazionali una precisa visione del mondo: un trotskismo liberista che vuole annientare le nazioni in nome di un mercato globale con consumatori globalizzati. Fino a qui abbiamo scoperto l’acqua calda. Il vero problema è uno solo: non c’è stata nessuna diga politica e culturale che ha mitigato i danni di questa alluvione.

Pensiamo all’Italia, per esempio. Fino al 1992 gli interessi partitocratici hanno impedito la grande abbuffata della speculazione internazionale. Poi è arrivato Antonio Di Pietro a dirci che eravamo tutti corrotti. E così, la quinta potenza industriale si è aperta al libero mercato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non solo abbiamo ceduto tutti gli asset strategici in mano pubblica, ma abbiamo anche smesso di essere competitivi sul mercato. Dal 2008 al 2012 sono stati registrati 437 passaggi di proprietà dall’Italia all’estero. I gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani.


Per reagire a questa crisi le strategie sono due: o l’onanistica opzione anti-sistema o strutturare un’alternativa. Se si segue la vulgata anti-sistema, inevitabilmente, si agisce per postulati negativi. Quindi no a questo, no a quest’altro. Mancano le proposte, dunque, ma soprattutto il modo per realizzarle. Essere contro il sistema fa comodo allo status quo. È come essere la valvola di una pentola a pressione.

Strutturare l’alternativa richiede, invece, tempo, idee forti e volontà. Insomma, militanti e non tifosi. Al momento all’orizzonte non c’è nessuna proposta che possa esser degna di contrastare il monopolio ideologico liberal-trotskismo. Pertanto, la strada per la riconquista della nostra sovranità è lunga. In Europa, solo ad Atene e Budapest si vede qualche lampo di luce. Piuttosto che cercare di scovare coloro che nelle segrete stanze decidono i nostri destini, dovremmo prendere in mano le redini della nostra biga. Quindi, parafrasando Giorgio Gaber, a preoccuparci non dovrebbe essere la Bilderberg in sé ma la Bilderberg in noi.

Salvatore Recupero

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