l43-101220193234_mediumRoma, 26 feb – Scaroni chiede, Baghdad esegue. Una forzatura da spacconi? Forse sì, ma quando si tratta di miliardi e di barili, la via dell’esser diplomatici e accomodanti non sempre paga. Oggetto del contendere il mega giacimento di Zubair, a sud dell’Iraq, scopetto nel 1949 ed ancora ad oggi il più grande e promettente al mondo. Il consorzio che guida l’esplorazione, la trivellazione e l’estrazione dei 320mila barili quotidiani (con un potenziale di almeno il doppio) è guidato da Eni che, con il 32.8%, è titolare della maggioranza relativa.

«Rispettiamo Eni e ne prendiamo le opinioni seriamente. Vogliamo che rimangano in Iraq», le parole di un funzionario governativo in risposta all’aut-aut di Paolo Scaroni, ad del gruppo petrolifero, che aveva poco prima posto condizioni imperative, affermando che «Se non ci firmano i contratti entro un paio di settimane ce ne andiamo dall’Iraq». Detto, fatto: il governo di Baghdad ha immediatamente approvato i contratti di servizio per lo sviluppo del giacimento, oltrepassando così nel giro di poche ore una burocrazia che si trascinava da almeno sei mesi.

Non un caso isolato. Già alcune multinazionali -tra cui ad esempio la britannica Bp- hanno scelto di abbandonare il paese, soffocate dagli adempimenti giudicati eccessivi. L’uscita di Eni, sia pur solo minacciata, avrebbe significato un duro colpo per l’attività estrattiva della nazione araba, che si sarebbe trovato senza le risorse-cardine attorno alle quali ruota la sua intera economia. Una situazione esiziale per le sorti del paese, che ancora non riesce a trovare pace dalla proditoria invasione americana del 2003.

Preso atto della situazione, Scaroni ha così tentato la carta dell’ultimatum. Una mossa di successo, fondata sulla forza contrattuale che il gruppo di San Donato Milanese ha saputo costruire in anni di buone relazioni, trasferimento di conoscenze, investimenti, affidabilità e sviluppo locale. Ed ecco la realtà che da più parti viene data come candidabile alla privatizzazione.

Filippo Burla

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  1. […] L’intesa fa parte di una strategia di lungo termine volta a rinegoziare tutti i contratti in essere al fine di allinearli alle mutate condizioni di mercato. Con l’emergere dello sfruttamento dello shale gas, infatti, i prezzi spot (per l’acquisto “in tempo reale”) sono andati via via diminuendo, rendendo il contratto classico take or pay meno competitivo. Scegliendo di mantenere la formula standard permane l’obbligo all’acquisto o, in alternativa, al pagamento della quota non utilizzata ma con la possibilità comunque di poterne disporre nel futuro. La struttura non è certo elastica, ma è l’unica però in grado di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Con la diminuzione dei consumi interni sono infatti venute ad aumentare le quantità pagate ma non utilizzate per mancanza di domanda. Stanti le difficoltà in Libia -che rappresenta almeno il 10% della fornitura nazionale- tuttavia, a più riprese il cane a sei zampe ha dovuto attingere alle riserve per le quali era già stato staccato l’assegno. Una situazione tutt’altro che in perdita, come si vorrebbe far credere, e che colloca Eni ancora una volta fra i vettori di politica industriale ed estera. […]

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