Olli RehnRoma, 18 gen – Una colazione informale all’Istituto di cultura finlandese nel centro di Roma.  Questa l’occasione scelta per l’incontro tra il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni e il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn. Obiettivo del desco, fare il punto sulla situazione economica nazionale e con particolare riferimento ai conti pubblici.

Più che un pranzo, sembra tuttavia essersi trattato di un banchetto. O meglio: della sua preparazione. Di fronte a fondamentali che solo difficilmente riusciranno a rientrare nelle stringenti richieste europee in merito a rapporti deficit e debito/Pil, dopo le richieste a distanza il commissario finlandese ha calato l’asso sulla tavola. Piatto forte la richiesta di accelerare con il piano di privatizzazioni già avviato dal governo ma che, a fronte anche di difficoltà tecniche, non riesce a procedere speditamente quanto si vorrebbe. Difficile così raggiungere l’obiettivo di dismettere quote azionarie -attraverso cessione diretta o quotazione delle controllate non in listino alla borsa di Milano- per circa 10 miliardi in breve tempo.

Il motivo della necessità di reperire capitali freschi è presto detto: affrontare di petto l’annoso problema del debito pubblico. Nulla quindi sulle partite correnti (entrate e uscite annuali delle pubbliche amministrazioni) e quindi sul deficit che dovrebbe seppur a fatica rientrare nel vincolo del 3%. L’attenzione si sposta invece ai 2.100 e oltre miliardi di massa debitoria in carico allo Stato. Un ammontare che ha ormai superato abbondantemente il prodotto interno lordo e in termini percentuali si colloca ben oltre il 130% del Pil, dovendo invece secondo i parametri di Maastricht rimanere al di sotto del 60%. Valore quest’ultimo che in assoluto non rileva nulla di per sé, dato che le variabili attorno ai titoli emessi dagli Stati per finanziarsi sono molteplici e non riconducibili ad una sola cifra.

Ancora di più, il discorso vale se raffrontato alle cifre in gioco. Ammesso e non concesso che il piano di privatizzazioni venga concluso in tempi utili, nelle ottimistiche stime di governo la cessione di quote Eni, Snam, Terna e la quotazione di Fincantieri e Sace e delle altre realtà sotto controllo statale potrà al massimo risultare in un incasso per 12 miliardi. Che diventerebbero giusto qualche miliardo in più con le tanto ventilate cessioni immobiliari che, in qualsiasi modo vengano tentate, sono ferme al palo da anni. In estrema sintesi, al più la riduzione del debito si concretizzerebbe in un misero 0.75%.

Finalità ultima del sommovimento di politica industriale pubblica? Guadagnare da Bruxelles qualche spazio di manovra. Nello specifico togliere dal calcolo del fabbisogno annuale gli investimenti produttivi. Questo a fronte delle perdite per centinaia di milioni in termini di mancati introiti da dividendi futuri. Con un severo impatto, da qualsiasi parte lo si guardi, per mancanza di capacità o peggio per malafede- sui conti annuali e sul rapporto deficit/Pil che pur si vorrebbe contenere entro i ranghi.

Filippo Burla

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