Il settore pubblico non basta. Ora il governo svende anche il privato

Ilva lavoratoriRoma, 25 giu – Si apre l’ennesimo capitolo attorno alla vicenda Ilva. Dopo le vicissitudini del recente passato -ultima in ordine di tempo la sostituzione del commissario Bondi con Piero Gnudi- è Arcelor Mittal ad intervenire nella vicenda. «Siamo stati invitati dal governo italiano a dare un’occhiata. Questo non significa che la compreremo», ha affermato Lakshmi Mittal, amministratore delegato del più grande produttore mondiale di acciaio.

Alla vigilia della seconda visita allo stabilimento degli emissari del gruppo franco-indiano, si apre uno scenario che fino ad ora era stato solo ipotizzato. Pressanti le necessità che coinvolgono il gigantesco polo di Taranto, a partire anzitutto dai capitali necessari per garantirne il funzionamento, a fronte dei sequestri giudiziari ancora non sbloccati e che rischiano di paralizzare l’attività. Il governo sceglie così la linea indiretta, segnale della volontà di non intervenire al di là della gestione commissariale. Lo stabilimento tarantino sconta una serie di errori (nonchè di reati commessi) da parte sia della gestione Riva che dello Stato, colpevole di aver lasciato una delle principali acciaierie europee al proprio destino, con la città ionica a fare da spettatrice passiva e sopportare un peso non indifferente sulle spalle. A dare una sintesi della situazione, Ilva perde oggi fra i 60 e gli 80 milioni al mese.


L’eventuale trasferimento di proprietà non sarebbe il primo caso -e presumibilmente nemmeno l’ultimo- di crisi industriale e successivo passaggio all’estero. Parmalat è solo l’esempio piu’ famoso di una serie di realtà che hanno visto il pacchetto di maggioranza varcare i confini. In quel caso a prendere la via della Francia fu la miliardaria cassa di Collecchio, proditoriamente trasferita in Francia. Nel caso dell’Ilva sarà invece il più grande stabilimento italiano, tra i maggiori in Europa.

Discorso analogo anche per l’altra grande malata della siderurgia italiana: la crisi dell’accieria di Piombino ha portato di recente fin allo spegnimento dell’altoforno, gettando ombre fosche sul futuro del polo toscano. Ombre che non vanno diradandosi con l’entrata in scena di gruppi ancora una volta stranieri sempre pronti, stando alle dichiarazioni, ad investire nel sito. Anche qui, tra l’altro, è in corsa un gruppo indiano e cioé Jindal Steel. Dal 2005 ad oggi la proprietà dello stabilimento che si affaccia sul golfo di Follonica è in mani straniere (fa capo alla russa Severstal), senza che questo abbia determinato un automatico passaggio all’efficienza e alla profittabilità. Segni inequivocabili che, in assenza di una politica industriale nazionale che passi anzitutto dal sostegno alla domanda interna, non è la nazionalità degli azionisti a poter fare la differenza.

Filippo Burla

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