bustapagaR439_thumb400x275Roma, 10 mar – Il consiglio dei ministri è atteso per mercoledì e in quella sede verrà presa la decisione sull’atteso taglio al cuneo fiscale. Le ipotesi allo studio sono due e vertono sul doppio binario Irap-Irpef, trattandosi in sostanza di scegliere su quale imposta agire per tentare l’aggancio alla ripresa con una svolta sugli oneri a carico di imprese e lavoratori che, rispettivamente, “pesano” per il 55% sulle prime e per il 45% sui secondi. La discussione ancora è in alto mare fra chi sostiene un occhio di riguardo alle attività produttive e chi invece tende a dare più spazio ai redditi dei dipendenti.

Qualora il taglio dovesse concentrare i propri effetti sull’Irap e cioè la tassa che colpisce il reddito d’impresa al lordo del costo del lavoro, per le aziende potrebbero aprirsi spazi per creare nuovi posti di lavori nonché migliorare la dinamica della produttività. Se al contrario il focus fosse sulla componente Irpef dei singoli lavoratori, ne gioverebbero i redditi (di chi lavora) e la conseguente domanda interna che sconta al momento una costante caduta verso il basso. Non è escluso –ed anzi, tutto sommato probabile– che l’intervento possa adottare, pur parzialmente, entrambe le soluzioni. E’ questa la posizione del ministro dell’Interno e segretario del Nuovo Centrodestra Angelino Alfano, che afferma: «Nei prossimi giorni daremo un segnale di riduzione fiscale che non ha precedenti». Al di là degli annunci, il clima di austerità d’importazione degli ultimi anni non ha permesso alcuna correzione al ribasso a fronte di una pressione fiscale che è anzi andata aumentando progressivamente. Il circolo vizioso maggior tassazione – minore crescita – minori introiti per l’erario che ne è nato porta alla stagnazione attuale, con le imprese incapaci di contrastare la tendenza verso il basso e lavoratori senza più occupazione. Si dice soddisfatto dell’impegno del governo il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, per il quale «soltanto attraverso una riduzione del costo del lavoro le aziende italiane rimarranno competitive».cuneofiscale

Se ancora non vi è uniformità di vedute sul come intervenire, una quasi certezza si ha sulle cifre: i primi numeri, che dovrebbero essere confermati, parlano di almeno dieci miliardi di euro. Cifra per la quale, al momento, non sono tuttavia ancora note le coperture. Le bozze che circolano sul finanziamento delle misure sono basate principalmente sulla spending review targata Cottarelli. Si parla di almeno cinque miliardi, che però ancora devono essere trovati alla fonte. Ammesso che vengano resi disponibili, resta il nodo della parte restante: il ministro Padoan ha già fatto sapere di poter, nel caso, attingere a «risorse una tantum o da riallocare all’interno del bilancio», come ad esempio «le risorse dal rientro dei capitali. Una somma difficile da valutare, ma che ci sarà». Altra strada che è stata indicata prevede di dirottare i fondi europei, non senza più di qualche dubbio da parte di Bruxelles. Si tratta comunque di risorse sempre temporanee, di portata al massimo annuale e che dovranno nuovamente essere reperite con la finanziaria per l’anno successivo. Nella speranza di una ripresa che porti ossigeno ai forzieri del ministero dell’Economia. Un ottimismo su quale si sono basate tutte le previsioni di bilancio degli ultimi tre anni e che puntualmente sono state disattese nei fatti.

Al di là di queste problematiche, dieci miliardi non sono certo un’inezia ma allo stesso tempo del tutto inadeguati ad affrontare problematiche strutturali. Secondo uno studio della Cgia di Mestre, infatti, se otto dei dieci miliardi andassero alla riduzione dell’Irpef, «le fasce di reddito al di sotto dei 25mila euro potrebbero ritrovarsi con oltre 700 euro netti in più all’anno pari a circa 60 euro al mese». Stiamo parlando dei percettori di non più di 1.300 euro mensili, uno stipendio che in certi casi tiene appena al di sopra della soglia di povertà. Un’elemosina, in sostanza. Per giunta, al momento senza coperture certe.

Filippo Burla

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