Roma, 12 apr – Doveva essere il banco di prova più importante per l’amministrazione capitolina a cinque stelle, rischia di diventare il buco nero di un’esperienza fallimentare. Parliamo di Atac, la società del comune di Roma da anni alle prese con difficoltà gestionali e operative e ad un passo dal tracollo, sulla quale possono infrangersi i sogni di gloria del sindaco Virginia Raggi.

Facciamo un passo indietro. Dal 2003 ad oggi Atac non ha chiuso un bilancio in utile. Nel frattempo si accumulano debiti, mezzi inefficienti, un’obsolescenza del parco macchine sia su gomma che su rotaia, continue ricapitalizzazione con il Campidoglio chiamato praticamente ogni anno a dover iniettare liquidità fresca nelle casse dell’azienda per evitarne il tracollo. Si arriva così all’estate scorsa quando, dopo numerose incomprensioni, Bruno Rota, un manager con un passato all’Iri e all’Atm milanese e chiamato dalla Raggi in persona per affrontare di petto la situazione, getta la spugna perché lasciato solo in quella che già all’epoca sembrava una missione impossibile.

Dell’interregno di Rota sopravvive però una cosa: l’ipotesi del concordato preventivo, con il quale tentare l’accordo con i creditori per gli 1,3 miliardi di debiti (a fronte di un miliardo di fatturato) che gravano sulle spalle della municipalizzata. Le procedure per il concordato partono, fra creditori che non si fidano e conti del comune a rischio dissesto, in settembre. Dubbi che arrivano fino alla Procura di Roma, che nei giorni scorsi si è espressa con parole durissime in merito al piano, che oltre a presentare “problemi di legalità” ed essere senza garanzie sulla riuscita, risulta anche “carente, o del tutto insufficiente, su alcuni punti essenziali”. Così scrivono, con parole che rappresentano una bocciatura senza appello, il procuratore aggiunto Rodolfo Sabelli e il pm Rocco Fava, titolari del fascicolo. Non solo: fra i dubbi, è scritto nero su bianco, “l’illustrazione dei pilastri del piano industriale appare eccessivamente generica, non essendo stati forniti elementi concreti che permettano di cogliere e di valutare quantitativamente l’incidenza, in termini di maggiore efficienza o di minori costi, delle misure proposte”. Insomma, un piano industriale senza capo né coda, con addirittura perizie del tutto non idonee “a fornire al tribunale e ai creditori le necessarie informazioni”.

I magistrati romani hanno così deciso di convocare, il prossimo 30 maggio, l’ad di Atac Paolo Simioni. L’incontro servirà a chiarire i dettagli di una proposta traballante e che, viste le premesse, rischia di non arrivare a raccogliere il consenso necessario perché si possa procedere con l’accordo con i creditori. Aprendo, a quel punto, scenari imprevedibili per il futuro della società.

Nicola Mattei

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