inps sede pensioniRoma, 2 mag – “Grazie agli immigrati potremo pagare le pensioni”. Quante volte abbiamo sentito affermare questa verità, che si vorrebbe incontestabile? Fra i sostenitori dell’invasione allogena è un mantra, una storia valida per tutte le stagioni e che vorrebbe dare il colpo di grazia ai “populisti”, facendo leva sul nostro malmesso sistema previdenziale. Una storia, appunto. O forse una favola. Perché no, non saranno gli immigrati a puntellare i conti dell’Inps. Al contrario: l’ente rischia di andare gambe all’aria proprio a causa dell’impatto sul lungo termine dei lavoratori stranieri.

Basterebbe un minimo di buon senso per capire che qualcosa,  non quadrava. Perché è vero che gli immigrati – o almeno una loro parte – lavorano e quindi pagano i contributi, che però risulterebbero comunque versati anche qualora fosse un nostro connazionale ad avere un contratto in essere. E con la disoccupazione stabile ben oltre l’11% il ragionamento non è certo peregrino. Ma c’è di più. Perché è ancora vero che, a differenza dei lavoratori italiani, gli immigrati hanno un’età media più bassa e quindi potranno versare l’obolo più a lungo. Quando saranno però loro a andare in pensione, cosa succederà? Lo spiega, intervistato da Libero, Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’università Milano Bicocca, da tempo in prima linea sui problemi di una popolazione sempre più vecchia e con bassissimo tasso di natalità.

“A partire dal 2030 – spiega Blangiardo, estendendo la prospettiva sul lungo termine – avremo numerose persone non nate in Italia che raggiungeranno l’età per andare in pensione (attorno ai 65 anni). Parliamo di circa 200mila persone all’anno che si aggiungono ai nostri figli del baby boom degli anni 60. Quindi non solo avremo a che fare con persone nate e invecchiate in Italia, ma anche con stranieri nati altrove e invecchiati qui”. In molti, fra questi 200mila, “si sono regolarizzati in età avanzata – continua Blangiardo – anche a quarant’ anni. Succederà quindi che queste persone avranno diritto alla pensione, ma i loro assegni saranno estremamente bassi, forse sotto i minimi di decenza. Se fra quindici anni ci troveremo tantissima gente in queste condizioni, qualcuno – anche legittimamente – dirà che queste persone non hanno abbastanza, e che si deve intervenire”. Ragiona il professore: “Oggi il bilancio dell’ immigrazione può essere anche positivo, perché abbiamo persone giovani che versano i contribuiti e non incassano. Boeri dice una cosa vera quando sostiene che i soldi degli stranieri servono anche a pagare le pensioni erogate oggi. Ma il ragionamento non può fermarsi qui. Dobbiamo considerare il sistema di competenza. E cioè calcolare che quello che viene versato oggi a fini contributivi è una anticipazione. Gli immigrati non stanno dando un contributo al Paese: stanno versando una somma che sta lì in attesa di essere restituita“. Se sul breve il sistema può essere a posto, sul lungo termine la sua sostenibilità è seriamente in discussione: “Arriveremo al punto in cui il sistema delle pensioni sarà a rischio a causa delle variazioni dei potenziali pensionati. Gli ingressi nel sistema pensionistico tenderanno ad aumentare e crescerà il divario fra chi lascia la pensione (perché muore) e chi ne riceve una”.

Tutte le buone intenzioni, insomma, cozzano con le prospettive di lungo periodo. Perché gli immigrati, nonostante siano ad oggi considerati dalle truppe buoniste come risorsa per i pagamenti all’Inps, andranno anche loro in pensione. E i nodi verranno allora al pettine. Per affrontare la situazione, spiega sempre Blangiardo, “servirebbero flussi di immigrati tali da pompare costantemente persone giovani, al ritmo di almeno 400-500 mila individui all’anno”, il che però darebbe “una serie di problemi collaterali: come si fa a integrare un numero così alto di persone?”.

Filippo Burla

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