libero professionistaRoma, 13 dic – C’è un che di insopportabile nella retorica anti-italiana per cui noi siamo i più corrotti del mondo. Compresi, per dire, Ecuador, Sudafrica o similari. E’ la colpevolizzazione autorazzista di un intero popolo (di cui già si lamentava Machiavelli) che trova sovente sponde persino in chi dovrebbe adottare una prospettiva di stampo “nazionalista” se non altro per tradizione politica e culturale ed invece (nella più schietta tradizione destrorsa) difende a spada tratta l’Ue e tutte le sue oscene diramazioni.

In realtà si tratta sempre e comunque della solita avversione degli italiani nei confronti di se stessi, che assume sempre le forme più disparate, fra cui quella forse più interessante e potenzialmente pericolosa è una sorta di regola del sospetto generalizzato. L’italiano medio è assolutamente convinto che i suoi concittadini, tranne se medesimo, non meritino né fiducia né libertà e quindi sarebbe meglio paradossalmente mettere un chip sottocutaneo a tutti questi ladri, corrotti, perdigiorno. A farne le spese in particolare, da quando è iniziato il processo di integrazione europea, è stato il lavoro autonomo, che insieme al lavoro subordinato (ma per altre ragioni) si è trovato schiacciato dal principio della “concorrenza” essenza stessa del capitalismo.

Lo scontro fra capitale e lavoro è un tantino più complesso di quanto si prefigurano i dinosauri del marxismo-leninismo ciarliero, ed assume anche la forma di devastazione della fondamentale funzione sociale del lavoro autonomo. Solo una persona in perfetta malafede non si accorge della linea coerentemente sostenuta da anni ed anni di “riforme”:

1) Abolizione dei minimi tariffari, con cui si è di fatto impedito ai giovani neolaureati di affrancarsi (in tempi decenti) dai grandi studi professionali o similari, a tutto vantaggio delle banche e delle grandi imprese che hanno ora il potere di imporre al professionista di lavorare al di sotto dei minimi non essendo più obbligate a stipulare le convenzioni che li prevedono, e con vantaggi irrisori se non nulli per il comune cittadino.

2) Diffusione spropositata della figura del “finto” professionista, vale a dire della partita IVA formalmente autonoma ma in realtà schiava della grande impresa o dello studio professionale di stampo angloamericano privo persino delle oramai ridottissime tutele dei lavoratori subordinati veri e propri.

3) Diffusione del contratto di franchising, con cui il grande capitale scarica il rischio d’impresa sugli affittuari. C’è da notare oltretutto il paradosso per cui nel nome della concorrenza si è favorito l’utilizzo di un tipo di contratto fondato…sull’esclusiva. Misteri della fede neoliberista, viene da pensare.

4) L’agevolazione in tutti i modi della grande distribuzione (solitamente straniera) che, puntando sulla quantità e sulla precarizzazione dei dipendenti ha di fatto schiacciato interi settori produttivi e commerciali locali, solitamente legati alla tradizione ed alla qualità, specialmente nell’ambito agroalimentare.

5) La gestione lassista delle licenze commerciali, che ovviamente avvantaggia chi si può indebitare maggiormente, e quindi pagare più interessi alle banche.

6) L’istituzione degli studi di settore, con cui i professionisti sono perseguitati da istituzioni inutili ed occhiute secondo il già discusso principio per cui gli Italiani sono ladri e corrotti e quindi…

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma alla fin fine quello che conta è comprendere una cosa sola: una forza sinceramente anticapitalista (o socialista, se non spaventano certi termini oramai abusati e forse desueti, ma non per questo meno interessanti) deve rifiutare in toto l’ideologia della “concorrenza” nel nome di un umanesimo del lavoro che si ponga come reale antitesi rispetto all’attuale modello di sviluppo, scevro ovviamente da ideologie livellatrici, di quelle che conducono a considerare come nemico il gelataio che non rilascia lo scontrino e che quindi finiscono implicitamente per giustificare l’esistente.

Per questo, non basta la difesa del lavoro subordinato ma serve procedere alla socializzazione delle imprese produttive e commerciali, unitamente alla difesa dalla concorrenza estera attraverso il controllo sui movimenti di capitali, merci e persone. Occorre anche dare attuazione a tutti quei provvedimenti necessari a restituire al lavoro autonomo il suo fondamentale ruolo sociale ed economico: abolizione degli studi di settore; ripristino dei minimi tariffari; gestione restrittiva delle licenze commerciali; blocco della proliferazione dei grandi centri commerciali; nullità delle licenze di insegna e di marchio.

Non è in verità una questione complicata: come sempre la risposta alle sfide del futuro viene dalla conoscenza del passato, anche se agli italiani è stata inculcata in testa l’idea che il medesimo sia stato semplicemente corruzione, spreco e ciarlataneria. Sovente, anche dai cattivi maestri residuati bellici della strategia della tensione, a prescindere dalla fazione di appartenenza.

Matteo Rovatti

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