matteo-renzi-job-act-300x225Roma, 16 gen – Dalla riforma Treu alla Maroni-Biagi. Dalle novità introdotte dal dicastero di Sacconi alle ultime, in ordine di tempo, sotto la guida di Elsa Fornero. La riforma del lavoro e del “mercato” sembra essere, nell’ultimo ventennio di legislature, l’attività più quotata e discussa allo stesso tempo. Pericolosa da un altro punto di vista, dato che si contano almeno due vittime: i giuslavoristi consulenti del ministero Massimo D’Antona e Marco Biagi, caduti per mano delle Nuove Brigate Rosse.

Nella situazione estremamente fluida delle recenti tornate politiche, non poteva mancare una proposta a firma della figura che con più forza sta emergendo nel panorama, il neo-segretario del Partito Democratico Matteo Renzi. Quasi un viatico di accreditamento da leader. Accreditamento non solo nazionale: già il nome del progetto-quadro “Jobs act” richiama immediatamente alle prassi legislative di marca anglosassone e nordamericane in particolare.

Entrando nel dettaglio, il piano del sindaco di Firenze si articola in vari punti. Anzitutto affronta il nodo degli oneri che gravano sulle imprese e segnatamente il costo del lavoro dipendente e quello dell’energia. L’idea è ridurre di almeno 10 punti percentuali entrambe le componenti attraverso una rimodulazione dell’Irap e degli incentivi. In secondo luogo, si parla di ristrutturare le procedure in caso di perdita del posto di lavoro attraverso un assegno universale e l’obbligo di seguire un corso professionale con la possibilità di rifiutare al massimo una nuova offerta di lavoro pena la perdita del contributo. Il progetto prosegue poi con il proposito di ridurre le forme contrattuali (attualmente più di 40) al fine di snellire l’articolato esistente, anche tramite un contratto unico di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti come strumento per ridurre la disoccupazione e in specie quella giovanile. Sul tema della mancanza di efficienza nei meccanismi di ricerca di offerte di lavoro non manca una proposta di riforma dei centri per l’impiego, per i quali si prevede un assoggettamento ad un’agenzia unica che coordini –oltre gli ex uffici di collocamento– anche la formazione e l’erogazione dei sussidi. In ultimo, il jobs act affronta anche l’annoso tema della rappresentatività sindacale estesa alla partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori ai consigli di amministrazione, sul modello tedesco.american-jobs-act

Diverse le reazioni al decalogo renziano. A partire dal Nuovo Centrodestra che, secondo quanto riferisce Maurizio Sacconi, è pronto a lanciare a sua volta una proposta in merito. «Il Partito democratico deve avere coraggio. Chiediamo al Pd di non proporci idee e regole da Novecento, perché la prima eco della proposta Jobs Act ci sembra molto somigliante a proposte del passato», le parole del segretario Angelino Alfano. Anche all’interno dello schieramento di Renzi non mancano le critiche. In particolare da sinistra con un gruppo di 22 ex Ds che, guidati dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, fissano alcuni paletti sul sempiterno articolo 18, cassa integrazione e mantenimento della contrattazione aziendale.

Un percorso quindi non facile per il segretario dei democratici. Oltre alla questione prettamente politica, emergono infatti ulteriori nodi irrisolti. Anzitutto le coperture: per il taglio dell’Irap servono almeno venti miliardi che dovranno in qualche modo essere rimborsati alle regioni che con questa imposta, per quanto iniqua, finanziano una spesa sanitaria sempre più al lumicino. Non è inoltre detto che la riduzione degli incentivi energetici corrisponda globalmente una riduzione del costo della componente. L’ambito della formazione è poi croce di spesa pubblica, con fondi per centinaia di milioni attratti in un buco nero dalla dubbia efficacia, per i quali non si capisce come un’agenzia unica possa agire in senso contrario. Nulla invece in merito allo Statuto dei lavoratori, che forse merita più di qualche attenzione stante che il suo ambito di applicazione viene sempre più a ridursi. Ancora, è fumosa la formulazione del contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti” che non affronta la questione del reintegro affossato dalla Fornero, per cui l’assenza di un termine temporale diventa solo una questione di forma senza sostanza. L’assegno universale, in ultimo, non convince sul piano della risoluzione del problema disoccupazione in quanto si andrebbe ad affiancare a strumenti –quali la cassa integrazione e l’aspi– già esistenti nell’ordinamento e che dovrebbero nel caso essere riformati se non addirittura eliminati. Seguendo l’impostazione prettamente liberista di una sinistra sempre meno sociale e sempre più all’americana. Come lo stesso nome del piano sottintende.

Filippo Burla

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