Jobs Act: una sanatoria chiamata riforma

Jobs actRoma, 23 feb – Finalmente il nostro Primo ministro ha rotto le catene che imprigionavano i precari italiani. A partire dal primo gennaio 2016 le tipologie di contratto parasubordinate saranno cestinate. È finito il tempo dei co.co.co e dei co.co.pro. A breve il lavoro a tempo indeterminato sarà la regola. Possiamo affermare chiaramente che siamo di fronte ad un miracolo. Infatti, anche i datori di lavoro hanno applaudito Renzi per il suo coraggio riformatore. Più avanti vedremo perché.

Venerdì scorso Matteo Renzi ha dato il meglio di sé affermando che: Sono circa 200mila i nostri connazionali che nella ridefinizione del lavoro parasubordinato passeranno dai co.co.co. vari a un lavoro a tempo indeterminato. Nessuno rimarrà solo dopo il licenziamento”. Per i suoi follower ha lanciato per l’ennesima volta il suo hashtag preferito: “Questa è davvero la volta buona”. A rincarare la dose ci ha pensato anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti che ha spiegato il cambiamento di filosofia che c’è dietro queste norme: “Al centro delle misure del governo c’è una cosa semplice ma essenziale: in Italia da molti anni è diventato normale assumere con tutte le forme di contratto meno il contratto a tempo indeterminato. La scommessa è rovesciare questo fatto, la normalità sia l’assunzione a tempo indeterminato, lo devono fare tutti”.

Ma il diavolo, come recita il detto popolare, si nasconde nei dettagli. Quindi, cerchiamo di analizzare le due fattispecie contrattuali cancellate dal governo.

In primis partiamo dai contratti co.co.co. Secondo la definizione dell’Inps: I collaboratori coordinati e continuativi (c.d. co-co-co) sono anche detti lavoratori parasubordinati, perché rappresentano una categoria intermedia fra il lavoro autonomo ed il lavoro dipendente. Essi lavorano, infatti, in piena autonomia operativa, escluso ogni vincolo di subordinazione, ma nel quadro di un rapporto unitario e continuativo con il committente del lavoro. Requisiti sono quattro: autonomia, potere di coordinamento prevalente personalità della prestazione e continuità.

La legge Biagi del 2003 si riprometteva di superare questa tipologia ibrida di contratti con il famoso contratto a progetto. Un provvedimento nato male e applicato peggio. Una norma fatta per essere disattesa. Vediamo perché.  L’articolo 61 del (dlgs n. 276/2003) definisce le tipologie contrattuali a progetto sancendo al comma 1 che: “Devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione della attività lavorativa”.  L’articolo 69 infine decreta che: “Tali rapporti instaurati senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso ai sensi dell’articolo 61, comma 1, sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto”. Praticamente almeno il 90% dei contratti a progetto erano illegali.

Per appianare tutto ci voleva un bel colpo di spugna. Il Jobs act, serve a questo. Infatti, altro non è che una sanatoria travestita da riforma epocale.

Vediamo perché.  Al datore di lavoro non saranno applicate sanzioni contributive e fiscali per l’eventuale riqualificazione del rapporto di lavoro. In parole povere se trasformerà tutti i contratti atipici in contratti subordinati cancellerà come per magia le azioni illegali pregresse. Ma ci sono ancora due cose che è bene sottolineare. Il datore di lavoro si impegna a non licenziare nei primi dodici mesi successivi all’assunzione. Il lavoratore sottoscrive atti per la rinuncia a ogni pretesa. Insomma, scurdammoce ‘o passato. Il governo forse stabilizzerà i precari. Inoltre cresceranno gli occupati. Ma non per opera del buon Matteo. Le assunzioni saranno favorite per effetto del taglio dei contributi per tre anni per i neoassunti nel 2015.

Quindi cosa cambia con i decreti attuativi del Jobs act? Praticamente nulla. Tra tre anni, come nel gioco dell’oca, saremo al punto di partenza. Finiti gli incentivi, i precari di oggi saranno gli esuberi di domani. Il dibattito sui diritti dei lavoratori, senza una politica industriale, è puro esercizio accademico.

Salvatore Recupero


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