Daimler new engine plant in ChinaPechino, 15 ago – C’è qualcosa di singolare nell’atteggiamento che la Cina e le autorità di Pechino hanno tenuto negli ultimi tempi. Prima la decisa sterzata in sostegno dei mercati di borsa dopo le prime avvisaglie di quella che sembra una bolla pronta a scoppiare: sospensione di metà dei titoli, obblighi per le imprese controllate dallo Stato di comprare per evitare il tracollo delle quotazioni, in una parola restrizioni sui capitali. Dopo venne la svalutazione della moneta, in tre distinti momenti: il calo delle esportazioni -che per l’economia manifatturiera a basso costo del paese sono linfa vitale- e della produzione industriale erano segnali troppo forti per far finta di niente.

I mercati finanziari occidentali, insieme a quelli “occidentalizzati” nelle loro fondamenta come Hong Kong e Tokyo, hanno reagito con stupore alla mossa della dirigenza cinese. In tempi di deregolamentazione, un interventismo così deciso spariglia le carte e spande un’ombra su di un sistema già instabile di suo, che basta poco per mandare in panico. Alla faccia della razionalità e della presunta capacità di mercati, moneta e commercio di autoregolarsi alla ricerca di un equilibrio dal quale invece ci si allontanerà sempre di più.

A furia di delegare ad autorità tecniche e simil-politiche -gli “esperti”- ogni qualsiasi decisione, rimaniamo di stucco di fronte a scelte che affermano con decisione la presenza dello Stato. Abbiamo ceduto la sovranità monetaria con l’obiettivo di garantire stabilità ai prezzi, ma si è tradotta in deflazione e svalutazione interna. Abbiamo ceduto la politica commerciale e ci troviamo sotto il giogo del dumping sociale delle merci che arrivano dalla stessa Cina e dall’estremo oriente. Abbiamo rinunciato ai controlli sui capitali, così basta un alito di vento in qualche parte del mondo per polverizzare miliardi nel giro di una sola giornata. Abbiamo deciso di far arretrare lo Stato ed il settore pubblico, con il risultato che da almeno un quarto di secolo non si può più parlare di politica industriale degna di questo nome.

Da più parti, in preda ad una sorta di allucinazione collettiva per una mossa inspiegabile agli occhi di chi non è più abituato, si è arrivato a dire che la Cina dovrebbe “fare le riforme”. Un mantra buono da giocarsi quando non si hanno più cartucce. Ammesso che se ne abbiano mai avute. La Cina, insomma, sarebbe una Grecia o un’Italia qualsiasi pronta ad accettare i suggerimenti di Osce e Fmi per aumentare la propria competitività. Peccato che la strada che ha seguito fino ad oggi -e che nonostante segnali più che preoccupanti sul suo stato di salute, ma l’Europa è l’ultima a poter parlare in tal senso- sia pressoché nel senso contrario. E soprattutto, stia pagando bene.

Filippo Burla

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