IFRoma, 8 ott – «La convergenza è finita?». A chiederselo è Kemal Dervis, amministratore del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.

Un interrogativo, quello a proposito dell’idea che progressivamente il reddito medio dei paesi in via di sviluppo e quello dei paesi avanzati si equivalgano, che sembra far tremare uno degli assiomi del liberismo, secondo il quale un mercato globale sempre più interdipendente e, dunque, l’applicazione di un modello liberoscambista a livello planetario, avrebbero gradualmente portato verso un armonizzazione del reddito medio dei diversi Paesi.

Ma sono in molti, in realtà, a non esser certi che tutto ciò accadrà.

Non è del tutto “pessimista” Dervis ma, riservandosi l’opzione del «futuro incerto», ammette: «La convergenza non si è mai affermata in tutti i paesi emergenti e in via di sviluppo». Ed in relazione alle più recenti previsioni spiega: «la proiezione “media” delle prospettive di crescita delle economie emergenti è mutata. In particolare, gli economisti latinoamericani appaiono pessimisti. Dopo una revisione al ribasso delle sue previsioni di crescita per i paesi emergenti nel luglio scorso, il FMI è pronto a ripetere l’operazione (anche se moderatamente) in vista degli incontri annuali».

«Fino a poco tempo fa – esordisce l’ex ministro per gli affari economici della Turchia -, c’era ampio consenso sul fatto che questo sarebbe stato il secolo dei paesi emergenti». Ora appare evidente che non è più così. Le certezze traballano. E gli esperti non se la sentono più di fare previsioni drastiche.

Del resto, già un anno fa, lo stesso Dervis osservava: «le previsioni a lungo termine basate sui trend a breve termine si sono spesso rivelate errate». Il superamento da parte dell’Urss nei confronti degli Usa alla fine degli anni ’50, il sorpasso sempre nei confronti del gigante americano da parte dei giapponesi negli anni ’80. Previsioni, evidenzia Dervis, «spesso basate su mere estrapolazioni di trend esponenziali».

Sarebbe indubitabile un prosieguo del processo di recupero e riavvicinamento dei paesi emergenti rispetto a quelli avanzati nei prossimi decenni, ma sembrerebbe altrettanto certo che «senza dubbio, il processo di convergenza rallenterà». Del resto, notava inizialmente: «è solo intorno agli anni ’90 che si è osservato un trend del tutto nuovo, ovvero una convergenza tra i redditi medi dei paesi ricchi ed il resto del mondo».

Un ciclo economico relativamente breve alla base di questo catch-up growth, cui sommare la considerazione secondo la quale «questo trend continuerà, molto probabilmente, per un altro paio di decenni a seconda della fase in cui si trovano determinati paesi».

Eterno finché dura, insomma.

Non chiude del tutto la porta alla convergenza Dervis. Ma ricorda che gli analisti più cauti hanno sempre attribuito l’«impennata» delle economie emergenti ad «un periodo di “recupero” tecnologico nel settore manifatturiero, che però aveva raggiunto il suo limite e non poteva facilmente estendersi all’immenso settore dei servizi o ad altri ambiti economici».

Analisi più scettiche rispetto alla logica della convergenza. Come la seguente.

«Il divario in termini di reddito pro capite – scrive infatti Marco Biagetti, funzionario presso il Ministero dello Sviluppo economico su Osservatorio Analitico -, fra il mondo avanzato e quello in via di sviluppo continuò a crescere fra il 1950 e il 2000, se si esclude un ristretto numero di nazioni che riuscirono ad avviare un processo cosiddetto di catch up con l’Occidente sviluppato. Questo piccolo gruppo era limitato ad alcuni Stati esportatori di petrolio del Golfo Persico, ad alcune nazioni dell’Europa meridionale dopo la seconda guerra mondiale, ad un gruppo di cd. “tigri” economiche dell’Estremo Oriente. Solo dopo il 2000, l’insieme delle nazioni emergenti cominciò ad avvicinarsi al tenore di vita delle nazioni sviluppate. Tuttavia, nel 2012, la differenza nel reddito pro capite fra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo è  ancora ai livelli del 1950».

«Gli emergenti – conclude – continueranno ad emergere ma ritmi più lenti e irregolari. Sarà molto difficile per loro continuare ad avvicinarsi ai paesi ricchi».

E, così, la leggenda della convergenza e di un libero mercato che tutto “vede e provvede”, equilibrando e rimediando attraverso una concorrenza sempre più ampia (e spietata) alle ingiustizie sociali, allo sfruttamento ed alle differenze di reddito, ormai scricchiola e sembrerebbe giunto il momento di non affidarsi più ad essa per le nostre valutazioni economiche.

Smettere, dunque, di considerare in maniera deterministica la necessità di un mercato unico su scala globale, ripensare le politiche di protezione delle proprie merci, riconsiderare la tragedia costituita dalla perdita di know-how dovuta al trasferimento all’estero di tantissime attività economiche, vietando anche per questo le delocalizzazioni e puntando sulle produzioni locali.

Queste le necessarie conseguenze politiche di una leggenda che, evidentemente, suona ormai come una favola per bambini.

Emmanuel Raffaele

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