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La politica economica, e non solo, del governo parla e scimmiotta sempre più il modello statunitense.

Roma, 23 set – Nello stesso momento in cui il premier Matteo Renzi corona il sogno della sua vita – viaggiando negli Stati Uniti non più da semplice turista ma con l’autorità dell’incarico istituzionale che gli italiani, senza ricorrere al voto, gli hanno attribuito – s’infuoca il dibattito attorno al pacchetto di norme legate al mondo del lavoro. La scelta dell’inglese per la nuova legge sul lavoro, denominata per l’appunto Jobs Act, non è casuale, e rimanda alle politiche d’oltreoceano allorquando nel 2011 il presidente americano Barack Obama presentò in un discorso trasmesso a reti unificate il suo American Jobs Act. Che il Pd abbia negli anni intrapreso la strada del liberismo economico è cosa assodata, con Matteo Renzi la svolta appare ancora più marcata e lo scimmiottamento di termini, concetti e idee appartenenti al mondo anglosassone ne danno ulteriore riprova. “Qui c’è il futuro”, questo è stato uno dei primi commenti rilasciati dal presidente del consiglio italiano appena sbarcato negli Usa. Una dichiarazione d’amore che nasconde tutte le incapacità dell’attuale esecutivo, di far leva, viceversa, sulle specificità italiche e su quella indiscutibile ricchezza creativa che ci ha permesso in passato di creare imperi e cultura universale fino ad arrivare a competere nell’arena delle nazioni più ricche e industrializzate del pianeta.

Mentre mestamente paghiamo il nostro tributo di identità e sangue al cospetto del leviatano a stelle e strisce, che tutto assimila e tutto omologa, ci accorgiamo che all’interno del Jobs Act si fa menzione, tra gli altri, dei Social Impact Bond, ennesima trovata della finanza creativa che serve per finanziare opere che lo Stato non è in grado di espletare. I Social Impact Bonds vengono presentati come uno strumento attraverso il quale:

“(…) il capitale raccolto da investitori privati viene utilizzato per realizzare programmi che si propongono di ottenere specifici risultati sociali, come nel caso della smart communities. La logica su cui si basa il social impact bond è che gli interventi così finanziati costino meno degli interventi che il servizio pubblico dovrebbe mettere in atto con fondi propri, con un ingente risparmio per la pubblica amministrazione, risparmio poi utilizzato per remunerare gli investitori privati.”

L’esperimento, il primo in America, l’ha iniziato due anni fa la Goldman Sachs finanziando con 10 milioni di dollari un progetto per il reinserimento nella società degli adolescenti finiti nel carcere di Riker’s Island. Poi è arrivato il Massachusetts con un programma – sempre finanziato da soggetti privati, solo in parte filantropici – per cercare di ridurre il numero di senza tetto. Il tentativo più recente, finanziato dalla stessa banca d’investimento di Wall Street, è in corso nello Utah. Qui l’obiettivo è quello di intervenire sul periodo prescolastico, migliorando la capacità di apprendimento dei ragazzini di tre e quattro anni. Programmi finanziati, anziché direttamente dallo Stato, con un meccanismo escogitato in Gran Bretagna: lì questi programmi, introdotti sperimentalmente nel 2010, sono chiamati Social impact bond. Gli americani, invece, preferiscono un nome più enfatico Pay for success bond.

I Social Impact Bonds non sono obbligazioni in senso convenzionale. L’investitore è ripagato in base al raggiungimento di determinate soglie di indicatori di risultato sociale e quindi, in termini di rischio d’investimento è simile piuttosto a strumenti finanziari quali obbligazioni strutturate o di equity investment, più conosciute come derivati.

Ora questi strumenti finanziari potrebbero sbarcare anche in Italia grazie al governo Renzi che conta di utilizzare i Social impact bond all’interno del progetto di riforma scolastica. Esiste già un comitato italiano con tanto di sito web (www.socialimpactbond.it) adibito a promuovere quest’ennesima follia finanziaria tanto in voga nelle terre anglofone, del resto, si sa, a loro piace scommettere su tutto. Sorgono non pochi dubbi sul fatto che lo Stato, anziché intervenire direttamente e pagare con soldi pubblici le attività sociali, debba affidarsi a un finanziatore privato che imposta il progetto, ne valuta la praticabilità economica e ne affida l’esecuzione a una struttura specializzata nella produzione di servizi sociali. Una matrioska nella quale sarebbe troppo facile scaricarsi la responsabilità in caso di insuccesso. E difatti i risultati finora ottenuti in Inghilterra, visto che è stato il primo paese ad adottare questa tipologia di strumento finanziario, sono insufficienti: solo in un paio di casi le cose sono già abbastanza avanti e si può tentare un bilancio.

Ma non è tanto la fattibilità che andiamo a contestare, tanto la formula per la quale lo Stato – come prassi delle economie liberal-capitalistiche – debba ritrarsi da qualsiasi intervento diretto, delegando ai privati l’amministrazione di aspetti sociali e pubblici e lasciando che il germe dell’economia di mercato s’inoculi in ogni aspetto dell’umana esistenza. Uno Stato totalmente agli antipodi e di mappa genetica indelebilmente anglosassone che poco ha a che fare con la tradizione mediterranea, distante anni luce da quel modello di partecipazione diretta e organica che ha prodotto intangibili risultati non solo durante i primi anni del ‘900 italiano ma anche fino agli anni ’80, prima che l’avvento liberista, combinato con l’azione giudiziaria di Tangentopoli, spazzasse via ogni residuo di italianità nel concepimento dell’amministrazione della cosa pubblica.

Giuseppe Maneggio

 

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