padoan-renzi-300x225Roma, 14 mag – La corsa del debito non si arresta, lanciata verso il traguardo storico del 135% del Pil. Nel frattempo il governo non riesce a sbloccare i più volte promessi pagamenti alle imprese, rimediando anche la probabile procedura di infrazione, minacciata dal commissario Tajani. La spending review ancora è non pervenuta nonostante gli annunci e i commissari incaricati che si alternato da più legislature. E così, in assenza di idee per puntellare un bilancio pubblico sempre più traballante e senza le coperture necessarie per le misure millantate da Renzi, tra cui principalmente i presunti 80 euro in busta pagale svendite di Stato ritornano all’ordine del giorno.

«C’èun programma di privatizzazioni; valutiamo tutte le ipotesi». Così si è espresso ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, intervenendo ad un convegno all’università La Sapienza di Roma. L’ipotesi sul tavolo è di cedere una quota pari al 10% di Enel ed Eni, le due società di punta ancora sotto il controllo pubblico. L’attuale assetto proprietario vede lo Stato, direttamente o tramite Cassa depositi e prestiti, controllare circa il 30% di entrambe. Cedendo un’ulteriore quota si scenderebbe attorno al 20%. Una situazione estremamente rischiosa, per almeno due motivi.

Anzitutto l’ennesima rinuncia a dividendi che, nonostante la crisi, non sono mai venuti meno offrendo una generosa mano per far quadrare i conti. La vendita permetterebbe di incassare, ai correnti valori di borsa, circa dieci miliardi. Vale a dire ben lo 0.5% dell’attuale ammontare del debito pubblico. Certo, va considerato che su questa minima percentuale, una volta liquidata, non sarebbero più pagati interessi. Questi ultimi si collocano indicativamente attorno al 4% medio: dieci miliardi in meno di ammontare del debito equivalgono ad un risparmio “strutturale” di 400 milioni. Per contro, tenendo come riferimento i dividendi staccati nell’ultimo esercizio, peraltro condizionati da margini di ricavo inferiori rispetto alle capacità aziendali, vendendo il 10% sia di Eni che di Enel si rinuncia a dividendi  per circa 420 milioni l’anno. Una perdita secca, nell’ipotesi più prudente, di almeno venti milioni.Eni Enel

Oltre al dato finanziario, va poi considerata la problematica relativa all’assetto di controllo. Il limite del 30% è infatti ritenuto come una sorta di garanzia per evitare scalate ostili. Non che l’attuale percentuale di controllo garantisca una protezione adeguata visto che, nelle ultime assemblee dei soci e sia pur con riferimento a punti secondari dell’ordine del giorno, il governo è finito ben due volte in minoranza. Una possibilità che, con la cessione di ulteriori quote, verrebbe resa quasi certezza e di fronte alla quale non c’è golden share che tenga. Al fine di aggirare il problema si parla di attribuire voti multipli alle azioni che rimarrebbero in possesso statale. Un’idea originale quanto di dubbia liceità, dato che le norme che regolano l’emissione e la circolazione delle azioni la escludono in via generale.

L’unico rischio concreto, in definitiva, è che si ripeta la magra figura di manifesta incompetenza collezionata dal ministro Saccomanni. Le privatizzazioni restano un pessimo affare.

Filippo Burla

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