Italia contro S&P’s: per i rating non hanno considerato il patrimonio artistico, chiesti €234 miliardi di danni

Roma, 6 feb – No, non è uno scherzo. La notizia che sta rimbalzando su tutti i quotidiani ha i tratti della burla, ma la Corte dei Conti pare abbia citato in giudizio l’agenzia di rating Standard&Poor’s (oltre a Fitch e Moody’s) con la richiesta di ben 234 miliardi di euro.

In pratica si chiedono i danni per i ripetuti downgrade che l’Italia subì nel corso di quel burrascoso 2011, prima dell’ascesa al potere del governo tecnico voluto dai poteri forti internazionali guidato da Mr. Mario Monti. Le agenzie di rating si mostrano pronte a rendere quel gioco della sopravvivenza economica sempre più duro e lo fanno con il potere del declassamento, arma che si ripercuote come una mannaia sull’economia della nazione costretta a rincorrere i mercati finanziari in una spirale speculativa che conduce i tassi sui titoli di stato al limite dell’usura.

Eppure il downgrade, di norma, è figlio di veri e propri report redatti dagli analisti. Vengono presi in esami numerosi elementi dai fondamentali dell’economia del Paese ai problemi che lo affliggono, dalle potenzialità dell’economia in questione alle riforme necessarie messe in atto (o meno). Fatte le dovute considerazioni l’agenzia emette il verdetto, ma l’impressione è che spesso questo sia viziato da una volontà specifica che mira a minare il campo della politica per piegarlo alle istanze economiciste di stampo ultra-liberale.

Oggi la Corte dei Conti ha deciso di passare al contrattacco: sostanziali omissioni sono state alla base di quel giudizio non veritiero che ha colpito l’Italia e l’ha costretta a seguire un percorso ancor più accidentato verso la ‘ripresa’. Secondo quanto riportato dal Financial Times, “S&P non ha ma considerato nei suoi rating la storia, l’arte e il panorama italiano che, come riconosciuto a livello universale, sono le basi della forza economica del Paese”. S&P’s, quindi, avrebbe agito illegalmente non considerando le piene potenzialità della nostra nazione ed i danni provocati (circa 234 miliardi di euro) vanno ora rimborsati. De Dominicis, procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio, smentisce che “ci sarebbe stata emissione di citazione in giudizio contro le agenzie di rating S&P, Moody’s e Fitch” ma, al contempo, conferma invece “l’esistenza dell’inchiesta giudiziaria contabile contro le predette agenzie per il declassamento dell’Italia. Indagine che non è ancora approdata a una decisione conclusiva”. Quel che è certo, al di là della notizia diffusa dal Financial Times, è che la Corte dei Conti il 19 febbraio divulgherà ulteriori informazioni in merito.

L’agenzia statunitense stenta a crederci e getta discredito sull’azione nei suoi confronti come “non seria e senza merito”, nonché fuori dal campo di azione della Corte dei Conti. “Priva di merito” è anche il commento che emerge tra le fila di Moody’s mentre Fitch spiega che “Capiamo le preoccupazioni del tribunale ma crediamo di aver operato sempre in maniera corretta e nel pieno rispetto della legge”.

L’Italia, insomma, pare ricordarsi del suo patrimonio artistico soltanto in determinate occasioni e si offende se gli stranieri non apprezzano o alla peggio se ne dimenticano. Peccato che Eurostat ci aveva già relegati all’ultimo posto nella classifica europea dei paesi che spendono di meno per i beni culturali. Chiunque al nostro posto riuscirebbe a trarre giovamento da un simile patrimonio artistico e culturale, rendendolo un volano per lo sviluppo turistico ed economico. Sembra invece che la Pubblica Amministrazione consideri i beni culturali quasi come un “intralcio”, nonostante l’indotto frutti ogni anno circa il 5% della ricchezza totale del Paese dando lavoro a più di 1,5 milioni di persone.

Giuseppe Maneggio

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