Marò ed interessi industriali: l’Italia cornuta e mazziata

finmeccanica2Roma, 27 ago – In tempi di spread, con governi che cambiano sull’onda di una manciata di punti in più o in meno nel rendimento dei titoli di Stato, con l’Europa pronta a chiedere tanto quanto ad essere ascoltata come voce autorevole di fronte alla sicura ed indiscutibile incompetenza dei dirigenti pubblici nostrani, la ragione mercantile sembra essere la discriminante ultima nella genesi di qualsiasi scelta.


Prima ce lo chiedevano il signor “mercati” o la signora “Europa”. Negli ultimi tempi si è aggiunto un terzo incomodo, l’India. Così, se nella vicenda dei marò due militari sono da anni confinati a risiedere per un crimine che non hanno commesso, la linea adottata -dal governo Monti fino al Renzi, passando per l’interregno di Letta- si è caratterizzata, nonostante le chiarissime evidenze, per un profilo basso, per non dire inesistente. Non si spiegherebbe altrimenti la scelta fatta a suo tempo di Staffan de Mistura come inviato del governo. Il diplomatico italo-svedese si è infatti reso protagonista di una totale inconcludenza, non incassando il minimo progresso, sposando così appieno il percorso tracciato dagli esecutivi.

Non bisogna indispettire l’India, si diceva. Troppo importanti gli interessi in gioco da una parte e dall’altra. Nonostante le ben due occasioni di far restare in Italia i militari, a Natale 2012 e pochi mesi dopo per le elezioni, si è sempre deciso di rimandarli a Nuova Dheli, dove sono ospiti della nostra ambasciata. Fortissime le pressioni in tal senso da parte dell’imprenditoria privata, che nel subcontinente asiatico ha investimenti di rilievo. Ad averlo rivelato è stato niente meno che l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, all’epoca dimissionario perché non sposava la scelta accomodante del governo ma si era schierato per la rottura del patto con le autorità indiane, volendo trattenere Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in Italia.

Due fucilieri di marina in cambio di opportunità industriali. Qualche contratto, alcune delocalizzazioni in loco, Piombino e Ilva in vendita e tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Qualcosa tuttavia dev’essersi rotto nel meccanismo. Perché, negli anni, i rapporti economici non sono filati proprio lisci. Prima la vicenda delle tangenti -in un paese, sia detto per inciso, dove per la corruzione degli agenti della polizia fino a poco tempo fa esisteva addirittura un informale tariffario- per la vendita di elicotteri AgustaWestland, poi il mancato invito di Finmeccanica a Defexpo, salone della difesa tenutosi lo scorso febbraio. Infine, è notizia di ieri che sempre al gruppo industriale pubblico sarà impedito di partecipare alle prossime gare d’appalto per la fornitura di sistemi d’arma.

Le forniture in essere, ad eccezione della vicenda AgustaWestland sulla quale pende un arbitrato internazionale, saranno mantenute. La decisione riguarda i contratti futuri, con impatti sui conti Finmeccanica ancora da valutarsi. Al momento l’unica certezza è che la linea del sacrificio, personale e politico, dei due militari, non sta minimamente pagando. E l’India non è quel “grande paese di diritto” che De Mistura prima ed Emma Bonino poi cercavano di dipingere, forse per nascondere le sempre più palesi mancanze di statura dell’esecutivo nel (non) affrontare la vicenda.

Filippo Burla

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