Roma, 16 lug – Alla fine anche l’Economist ci è arrivato: i 300 miliardi all’anno di surplus commerciale tedesco non sono sostenibili a livello planetario. Il linguaggio è quello del liberale dubbioso, che non si azzarda minimamente a mettere in dubbio l’idea stessa di globalizzazione e non si fa mancare una bella reprimenda al perfido nazionalista Trump che vuole addirittura mettere dazi alla Germania.

La cosa interessante dell’articolo, anche vista la fonte, è che esso identifica in modo molto chiaro, sotto il profilo macroeconomico, il concetto di “surplus commerciale”: eccesso di risparmio sugli investimenti. O, in altre parole, salari ridicolmente bassi rispetto alla produttività del lavoro. Dal punto di vista della politica spicciola, sindacati proni ai desiderata della Confindustria locale: il mercantilismo è semplicemente il sacrificio della propria classe lavoratrice, e non certamente una questione di “migliori investimenti”. Anzi, in chiusura l’articolista ammette candidamente che il governo dovrebbe iniziare a spendere qualcosina di più per un sistema infrastrutturale allo sfascio, dopo anni di “pareggio di bilancio” che ha reso difficoltoso anche solo effettuare la manutenzione stradale. La vena classista del mercantilismo teutonico è perfettamente messa in luce: la produttività cresce più velocemente dei salari, la differenza viene incamerata dalle grandi imprese esportatrici le quali non reinvestono all’interno e quindi non colmano il divario di domanda interna. Sappiamo bene questi soldi dove vanno a finire, e cioè sui mercati finanziari di cui i tedeschi sono oramai unanimemente considerati i compratori universali (leggasi: i gonzi a cui fare il gioco delle tre carte).

merkel schaeuble mercantilismoNon vorremmo che passasse la strana idea per cui i tedeschi siano vittima di un qualche complotto universale degli illuminati, e non di se stessi e della propria cultura antiromana da bottegai. Per fugare ogni dubbio in proposito, ci limitiamo a citare il grande Machiavelli che in un fondamentale testo del 1512 (“Ritratto sopra le cose della Magna“) spiega perfettamente cos’è il mercantilismo tedesco, che se esisteva all’epoca è evidentemente parte della forma mentis locale: “Perché li popoli in privato sieno ricchi, la ragione è questa, che vivono come poveri, non edificano, non vestono, e non hanno masserizie in casa. Basta loro lo abbondare di pane, di carne, ed avere una stufa, dove rifuggire il freddo: e chi non ha dell’altre cose fa senza esse, e non le cerca. Spendonsi in dosso duoi forini in dieci anni, ed ognuno vive secondo il grado suo a questa proporzione, e nissuno fa conto di quello gli manca, ma di quello che ha di necessità, e le loro necessitadi sono assai minori che le nostre. E per questi loro costumi ne risulta, che non escono danari del paese loro, sendo contenti a quello che il loro paese produce, e nel loro paese sempre entrano, e sono portati danari da chi vuole delle loro robe lavorate manualmente, di che quasi condi­scono tutta Italia”. Non esiste probabilmente descrizione migliore del bottegaio teutonico in tutta la pseudo-letteratura economica contemporanea e questo lo dobbiamo al nostro geniale fiorentino. Perché però sembra che il mercantilismo tedesco sia diventato un problema solo ora? È semplicissimo: quando la Germania aveva il Marco, esso certamente favoriva e di molto le esportazioni, ma dato che il medesimo si rivalutava, i lavoratori tedeschi guadagnavano in potere d’acquisto sui beni esteri quello che perdevano (perché erano ben felici di perderlo e contribuire così alla grandezza del bottegaio nazionale) in termini di salari reali. Se quindi le esportazioni erano sempre altissime, il surplus commerciale viceversa era ridotto, perché anche le importazioni erano abbastanza alte. Dal punto di vista del lavoratore tedesco, l’introduzione dell’euro è stato sostanzialmente un furto del proprio potere d’acquisto rispetto ai beni d’importazione.

Quello che ci preme sottolineare però non è l’ennesima lezioncina sull’euro ed i suoi danni, quanto una mina che si appresta a deflagrare oramai da svariati anni e che è diretta conseguenza dell’irrazionale mercantilismo teutonico. Si sa da tempo che le due maggiori banche private tedesche sono messe veramente da panico, praticamente quasi al livello di Monte dei Paschi. Il motivo è semplice: per le grandi imprese esportatrici il mercantilismo vuol dire elevatissimi profitti, che poi devono necessariamente passare per il settore bancario, per il quale essi però sono sostanzialmente dei debiti. Quando anche l’ultimo dei correntisti versa il proprio stipendio sul proprio conto corrente, dal punto di vista contabile per la banca è un prestito che essa riceve e che è tenuta a retribuire (per quanto oramai i tassi d’interesse siano a zero o quasi). Questo vuol dire che se le banche vengono alluvionate di danaro, esse dovranno pareggiare i conti prestando a piene mani, pur di mantenere il bilancio in equilibrio.

In parte sappiamo che le banche tedesche hanno sostenuto la domanda dei tanto vituperati Piigs, attraverso il credito facile e senza troppe garanzie. Meno noti sono i rapporti che le banche tedesche hanno con la grande finanza americana ed in particolare con l’affare dei mutui subprime. Le banche tedesche si sono ingoiate praticamente tutta la spazzatura dei prodotti derivati con cui Wall Street ha tentato di pararsi le chiappe mentre le borse crollavano. I tanto virtuosi tedeschi si sono fatti fregare come allocchi ad una sagra di paese dal venditore di pozioni miracolose contro l’alopecia. Le banche italiane sono messe male e lo sappiamo, quelle tedesche sono messe malissimo ma fingiamo di ignorarlo. Il boccone avvelenato del mercantilismo rischia di ammazzare l’avido cagnolino che si avventa ingordo su di esso.

Matteo Rovatti

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