desperation-chinese-stockPechino, 25 ago – Secondo Allen Sigman, della London School of Economics, il mercato azionario cinese si è dimostrato fragile e precario come molti analisi avevano da tempo previsto: “Certamente apparivano brillanti dall’esterno, ma chiunque li abbia conosciuti da vicino [i listini azionari cinesi] sapeva che erano qualità talmente bassa da non essere destinati a durare”, aggiungendo di non sorprendersi per il crollo di lunedì “in quanto ignoravano tranquillamente le regole, e le ispezioni erano una barzelletta. La sola sorpresa è stata che non siano crollati prima”.

Dopo i tonfi record di ieri (Shangai a meno 8,5%), e nonostante un’ulteriore iniezione di liquidità di 150 miliardi di yuan (circa 24 miliardi di dollari) da parte della banca centrale di Pechino, la frenesia delle vendite non si è placata oggi a Shanghai, dove l’indice composito è sceso sotto i 3mila punti, tornando ai livelli della fine del 2014, con una perdita del 7,6%. Giornata nera anche per il Nikkei giapponese, che ha ceduto il 3,96% a 17.806 punti. Chiusura positiva invece per la Borsa di Hong Kong e per il Bombay Stock Exchange di Mumbai, in India, dopo le forti perdite di ieri.

A mercato cinese chiuso, poi, il governo della Repubblica popolare per mezzo della sua banca centrale (Pboc) ha deciso di tagliare sia i tassi d’interesse, di 25 punti base, sia la riserva frazionaria obbligatoria delle banche, cioè il livello di garanzia sui depositi, di ben 50 punti base, portando quest’ultima al 18%.

Sono state molto probabilmente queste ultime due misure a innescare il recupero delle borse europee, con Milano oltre il 4% – la migliore performance nel vecchio continente dopo Atene (ma ieri era stata la peggiore, sempre dopo la piazza greca) – e tutti gli altri sopra il 3%. I listini europei erano stati aiutati nel rimbalzo anche da dati migliori rispetto alle attese provenienti dalla Germania, in particolare l’Ifo – indice di fiducia delle imprese.

Perfino le quotazioni del petrolio riprendono leggermente, con il Wti americano oltre i 39 dollari al barile.

Per tornare al tormento dell’economia cinese, non si può evitare di notare una sovrapposizione di misure innovative rispetto al passato e dell’applicazione di ricette mutuate dall’esperienza del capitalismo finanziario americano.

Se la svalutazione dello yuan, attesa e temuta da tempo ma non per questo meno dirompente, ha portato e porterà ancora di più in futuro a un riassetto globale dei mercati valutari, con vincenti e perdenti come illustrato su queste colonne, nonché a un più corretto dimensionamento della stessa economia cinese, il taglio del tasso d’interesse sui prestiti e i depositi e della riserva bancaria obbligatoria rischiano di inondare nuovamente i listi azionari di liquidità senza riscontro nelle effettive performance delle aziende quotate fino alla generazione di nuove bolle speculative destinate all’inevitabile implosione.

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Andamento degli indici azionari cinesi dall’inizio dell’anno

Una delle principali funzioni, o comunque delle fondamentali conseguenze, delle bolle azionarie è quella di consentire agli operatori incombenti – le grandi banche d’affari e le oligarchie finanziarie mega-ricche che le governano – di vedere aumentare a dismisura i propri utili, mentre il collasso delle medesime bolle, grazie alle vendite preventive degli stessi operatori a prezzi ancora elevati e del resto del parco buoi di piccoli investitori a prezzi molto più bassi, consente generalmente ai grandi di appropriarsi a buon mercato di ulteriori e preziosi asset industriali e finanziari, in un ciclo che vede pochissimi vincitori e masse sterminate di perdenti.

Di più, la proprietà degli asset reali presenta un sostanziale vantaggio rispetto al possesso di liquidità, in quanto consente di prescindere, almeno fino a un certo punto, dal valore della specifica divisa nazionale, mettendo gli operatori incombenti al riparo dal rischio di svalutazioni più o meno competitive.

Sotto questa luce, le mosse delle banche centrali intese apparentemente a contrastare, non a caso sempre tardivamente, i crolli dei listini azionari con misure intese a stimolare la liquidità e anche a prescindere dai fondamentali economici, dovrebbero essere generalmente guardate con sospetto. Del resto, l’unanime appello degli analisi delle grandi banche d’affari per tali misure non fa che confermare questa che è qualcosa di più di un’impressione.

Sullo sfondo, la questione del dollaro americano che, se in teoria potrebbe essere anche abbandonato dagli operatori incombenti ricchissimi di asset reali a favore di altre valute, costituisce pur sempre la base del potere Usa, a sua volta riflesso nella egemonia militare di quel paese a servizio proprio della grande finanza. Indebolire la propria potentissima polizia privata potrebbe non essere una buona idea da parte dei potentati economici.

Per il momento, allo scopo di sostenere (con un certo successo, per altro) il valore del dollaro e impedire la transizione ad altre valute di riferimento, la Federal Reserve ha dovuto soltanto promettere l’aumento dei tassi d’interesse, oggi compreso tra lo zero e lo 0,25%, rimandandolo ogni volta a un futuro sempre meno definito. Oggi, la caduta dei listini azionari potrebbe, al contrario, indurre la Fed a prospettare, come sta facendo la sua omologa cinese, a riprendere invece una politica monetaria espansiva, così da riavviare il processo di costruzione di una nuova gigantesca bolla azionaria senza aver pagato alcunché in termini di valore della divisa di Washington.

D’altra parte, però, esiste una variabile necessaria al funzionamento di tutto questo circolo vizioso, precisamente la presenza e dimensione di uno sterminato pubblico di piccoli e piccolissimi investitori disposti a sognare, sperare, e per lo più a farsi rapinare. Nessuno sa se e quando un collasso particolarmente doloroso dei listini azionari potrebbe indurre anche lo sperduto contadino cinese con sogni di gloria a comprendere che il mercato azionario non è diventato altro (se mai è stato qualcosa di molto diverso, sebbene con volumi infinitamente ridotti) che una bolla gonfiata artificialmente senza basi reali, e a ritirarsi dalle speculazioni di borsa per preservare almeno i propri risparmi. Una questione, quindi, di natura molto psicologica ma assolutamente determinante, che le banche centrali tentano periodicamente di rimuovere dalla scena. Solo quando questo gioco delle oligarchie finanziarie non dovesse più funzionare, allora le cose potranno farsi davvero interessanti.

Francesco Meneguzzo

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