Merloni alla Whirlpool: così se ne va l’ultimo pezzo dell’industria del “bianco”

indesit catena montaggioRoma, 12 lug – Candy, Ignis, Zoppas. Nomi storici dell’industria italiana. Nomi che hanno scritto pagine importanti, dal boom economico degli anni ’50 e ’60 in poi. Nomi di pregio che, assieme ai vari Ducati, Parmalat, Algida, Gucci e decine e decine di altri, sono ormai passati di mano. Per finire all’estero, preda dei gruppi multinazionali.

La crisi finanziaria, un mercato vicino alla saturazione, l’eccesso di capacità produttiva e la concorrenza dell’estremo oriente -del tutto incontrastata nell’assenza di una seria politica di barriere doganali, siano essere tariffarie o non tariffarie- hanno segnato indelebilmente il comparto degli elettrodomestici. E così la famiglia Merloni, titolare dell’azienda a partire dalla sua fondazione nel 1930 ad opera del capostipite Aristide, cede il passo.  A passare al colosso americano Whirlpool (già presente in Italia con due stabilimenti) sono il 60% delle quote di Indesit, ultima realtà totalmente nazionale del settore. Si tratta del 66% dei diritti di voto, a fronte di un esborso complessivo attorno ai 750 milioni di euro. Sul restante capitale sarà poi lanciata un’offerta pubblica di acquisto, con l’obiettivo ultimo l’uscita del gruppo dalla borsa italiana ed il consolidamenti integrale all’interno di Whirlpool stessa, già quotata sulla piazza di New York.


L’operazione si spiega solo in parte con la crisi generalizzata. Nel 2013 Indesit ha realizzato margini molto ristretti: 3 milioni di utile su un fatturato di oltre 2 miliardi e mezzo. Numeri che lasciano poco spazio alla ricerca di piani industriali, che necessitano di risorse importanti. Quelle che in assenza di incentivi pubblici, scelte concrete orientate al sostegno alla manifattura e tutela delle produzioni nazionali ed europee in termini di politiche doganali, solo una realtà di grandi dimensioni come Whirlpool può garantire. Con tutti i rischi del caso: la vicenda Electrolux – Zanussi è ancora là dal definirsi, per il momento esiste solo un generico impegno degli svedesi a mantenere un precario status quo fino al 2017. Non escludendo successivamente il ricorso ad ulteriori delocalizzazioni. Merloni, da parte sua, non ha mai disdegnato la pratica del trasferimento all’estero al fine di recuperare la redditività perduta in patria, dove attualmente si concentra solo un terzo della produzione totale.

Filippo Burla

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