Bruxelles, 13 set – Era atteso da giorni. E oggi, finalmente, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha presentato pubblicamente il suo progetto per una nuova Unione Europea. Senza perderci nei dettagli, questi sono i punti salienti del suo programma: estensione della moneta unica a tutti i Paesi membri della Ue, rafforzamento della politica dell’accoglienza e, infine, maggiori poteri sovranazionali alla Ue a discapito degli Stati-nazione, con tanto di presidente eletto direttamente dai cittadini.

Sulla politica migratoria è inutile soffermarsi: tra la crisi di sovraffollamento dei centri di accoglienza, le notizie quotidiane su stupri e omicidi commessi da richiedenti asilo e, ultime ma non ultime, le conclamate connivenze tra Ong e scafisti, la proposta di Juncker è già condannata in partenza. Per quanto riguarda l’ulteriore cessione di sovranità degli Stati membri, abbiamo già visto questo che cosa significa: che i “pesci piccoli” devono essere ligi alle regole e “fare i compiti a casa”, mentre i “grossi squali” (leggi: Francia e, soprattutto, Germania) possono continuare a fare impunemente i loro comodi, infischiandosene di lacci e lacciuoli giuridici.

Ma veniamo ora alla vera follia del progetto junckeriano: trasformare tutta l’Ue in un’enorme eurozona. Questi sono i “successi” finora raggiunti in 15 anni di moneta unica: con l’euro tarato sul marco tedesco, la Germania può contare su una moneta debole rispetto alla propria forza industriale reale, mentre tutti gli altri – con un euro troppo forte – non riescono a competere e devono indebitarsi (in primis proprio con la Germania). È un circolo vizioso da cui non si può uscire, non c’è niente da fare. Gli americani lo sanno bene (e tentano di spiegarlo all’opinione pubblica germanica), ma anche alcuni tedeschi cominciano a capire che così non si può andare avanti, e che il “sogno europeo”, razzolando in questo modo, non potrà che trasformarsi in un incubo. Invece Juncker, a quanto pare, non riesce proprio a capire. O, più probabilmente, non vuole.

Elena Sempione  

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