Alessandro Profumo, presidente di Mps
Alessandro Profumo, presidente di Mps

Roma, 1 gen – È una storia particolare quella che va in scena da qualche tempo in quel di Siena, ci sono tutti i particolari per riassumere in poche scene la vita recente di questo paese.

In primo piano troviamo lo stato, o meglio le sue casse, da cui il governo Monti fa uscire in fretta e furia 4,07 mld di euro per sottoscrivere un prestito al Monte dei Paschi di Siena. Soldi dei contribuenti per salvare una banca privata, estorti con un carico fiscale superiore a quello dei paesi del nord Europa che però in cambio offrono servizi che da queste parti non si vedono neanche col binocolo. Anche il mercato necessita dello stato insomma, un bel pacco di soldi per bankster sbadati, quelli usciti malconci da una banca e che, neanche tanto a sorpresa, si ritrovano sulla poltrona di comando dell’Abi.

Accanto, alle casse appunto, Alessandro Profumo. Un bel pezzo di capitalismo finanziario nostrano (quello industriale ce lo siamo perso per strada), dalla Ras all’Unicredit passando per Eni e ovviamente ai vertici dell’Abi, qualche seduta in tribunale (per un’inchiesta su una frode da oltre 200 mln di euro) e altrettanti incarichi oltre confine.

Infine, in mezzo a questi due colossi, il PD. Partito di governo dal novembre 2011, onnipresente nell’amministrazione senese e nella Fondazione Mps, che della banca detiene una quota del 33,5%.

Fin qui nulla di nuovo effettivamente. Tuttavia, a pochi giorni dall’assemblea che sabato ha rinviato l’aumento di capitale proposto da Profumo (necessario a ripagare i Monti bond), un comunicato della confindustria senese già metteva in guardia gli azionisti dal supportare la proposta del cda: “La difficile situazione in cui si trova il Monte dei Paschi di Siena impone a tutti una valutazione attenta e rapida per non fare scelte irreparabili o per rischiare di consegnare la più antica banca del mondo al controllo del capitalismo finanziario internazionale”. Nello stesso comunicato del 24 dicembre ci si spingeva oltre, invocando magari l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti del presidente Bassanini (già ministro nei governi Prodi, Dalema e Amato).

A supporto della Confindustria locale sono poi arrivate le parole del sindaco di Siena, appena dopo l’assemblea del 27 dicembre, rinviata per il mancato raggiungimento del quorum. Il primo cittadino Valentini, ovviamente in quota Pd e con un peso non secondario nelle dinamiche interne alla Fondazione, ha infatti chiesto “un intervento del governo perché la Fondazione sia aiutata a mantenere quote azionarie della banca, che altrimenti rischia di finire in mani straniere”. I cosiddetti investitori stranieri, quelli che Letta e Saccomanni di certo non considerano un pericolo, visti i numerosi viaggi nel Regno Unito e negli Usa per rassicurarli sulle privatizzazioni in atto.

E infatti le picche del Ministero dell’Economia arrivano nella serata di domenica scorsa. Un portavoce del ministro Saccomanni riferisce all’Ansa la più totale mancanza d’interesse del governo per l’operazione, che anzi si è adoperato unicamente per rientrare del prestito, come peraltro già richiesto dalla Commissione Europea. Sembra quindi che i famosi 4 mld (da aggiungere gli interessi) possano tornare prima o poi nella disponibilità del Mef. Magari per contribuire al Fondo salva-Stati che acquista titoli di debito pubblico tedeschi, così da far aumentare lo spread, gli interessi sul nostro debito pubblico e le tasse per ripagarlo.

di Armando Haller

 

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