941430-2174-offertelavoroFirenze, 17  dic – A congelare le ottimistiche previsioni di Mario Draghi, secondo il quale la ripresa sarebbe a portata di mano, arrivano i dati dell’Istat, riguardo i cosiddetti “neet” (acronimo dell’inglese “Not engaged in Education, Employment or Training”) recentemente ampliato alla fascia di età dei 30 – 24 anni.

Lo studio dell’Istat ha dimostrato che, nel terzo trimestre di quest’anno sono arrivati a 3 milioni e ottocentomila gli under 35 italiani che non studiano nè lavorano, nè partecipano a programmi di formazione.  Una percentuale che raggiunge livelli preoccupanti nel Sud, dove tocca auota 36,2% sul totale. Ciò significa che, da Roma a Palermo, circa due milioni di giovani non risultano in alcun modo inseriti in percorsi lavorativi o di avviamento alla professione.

Anche nell’ipotesi in cui la crisi possa effettivamente attenuarsi, segmento demografico socialmente immobile risulta paurosamente ampio. Insomma niente di nuovo, purtroppo: giusto l’ennesimo bollettino di una nave in pieno naufragio.

E guardando all’Europa, i numeri non sono certo confortanti: a febbraio di quest’anno la “neet generation” contava diciannove milioni di giovani in tutto il continente.  Con picchi di disagio importanti non soltanto in Grecia, Spagna e Italia, ma anche in Inghilterra, Irlanda e nei paesi slavi. Un patrimonio umano che si autodistrugge nella ricerca compulsiva di lavoro, che si perde nei rivoli del precariato, che si infrange contro la crisi della società dei consumi.

 

Francesco Benedetti

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