Ferrero Alba stabilimentoRoma, 6 giu – Italia e alimentare, un connubio storico ormai diventato cliché. Più nello specifico, l’equazione che lega l’italiano medio alla pizza e alla pasta (senza scordarsi il mandolino). Esemplificazione dell’autolesionismo nazionale, che prende e fa propri i modi stereotipati con i quali gli stranieri ci guardano e giudicano. Troppo spesso, si finisce così di dimenticarci di eccellenze da far invidia a chiunque, dal -giusto per restare in stereotipi- francese con la baguette sottobraccio, all’inglese che abbina pesce e patatine fritte, al tedesco che ingurgita salsicce con crauti. Sempre in tema alimentare rimaniamo, visto che le nostre realtà non sono seconde a nessuno.

Ferrero è un marchio di punta dell’industria nazionale. Nasce in piena seconda guerra mondiale, correva l’anno 1942, ad Alba, provincia di Cuneo, come laboratorio di pasticceria. Il fondatore, Pietro Ferrero, si specializza nell’uso delle più che abbondanti nocciole delle langhe, cercando di creare creme sempre più raffinate. E’ del 1946 la pasta Giandujot, che porterà l’iniziale laboratorio a diventare una vera e propria azienda. E’ solo il primo di tanti successi: nel giro di dieci anni la Ferrero ha già aperto uno stabilimento in Germania, mentre nel 1964 la crema di nocciole viene rivista, trasformandosi in quello che sarà un prodotto capace di scrivere una storia a sé stante, riempiendo le memorie di tutti, dai bambini agli adulti: era nata la Nutella.

Da lì in avanti la crescita sarà inarrestabile, affiancata da altri prodotti e tutti di grande successo. Il Mon Chéri, il Ferrero Rocher, l’intera linea Kinder. Mantenendo però salda la barra del timone: l’azienda era e resta nel tempo a conduzione strettamente familiare, profondamente radicata nel territorio, quelle langhe da cui trae parte delle materie prime impiegate in azienda, oltre agli oltre 6mila impiegati italiani nei vari stabilimenti. In più, non si è mai fatta tentare dalle sirene della finanza: fino a poco prima di morire, il presidente Michele Ferrero -figlio del fondatore- ha sempre rifiutato ogni qualsiasi possibilità di sbarcare in borsa. Un’operazione che avrebbe sì consentito di raccogliere centinaia di milioni di finanziamenti, ma troppo a rischio di snaturare l’identità aziendale che è fortemente -per non dire inscindibilmente- connessa alla famiglia. Sì, è proprio quel capitalismo di relazione che per Renzi forse è morto, ma ancora spara le sue cartucce e lo fa portando il tricolore nel mondo, visti gli stabilimenti sparsi in ogni parte del globo ma che sempre in Piemonte fanno, in un modo o nell’altro, sempre ritorno.

Perché Ferrero ed Alba sono dipendenti l’una dall’altra, ma questo non impedisce al gruppo di essere una realtà internazionale capace di competere alla pari con i propri concorrenti. O forse anche di più, visto che i rapporti con i fornitori globali sono spesso rapporti di controllo, prima che commerciali. Ferrero tende infatti a capovolgere un mantra della gestione d’impresa che è quello dell’esternalizzazione produttiva, ma anzi internalizza acquistando direttamente. Poche aziende, mirate, e solo dopo un lungo studio. L’improvvisazione non è di casa alla Ferrero, nella strategia aziendale così come nella realizzazione di prodotti, che escono dalle linee al termine di ricerche che durano anni. E’ così che Ferrero tiene tenacemente testa a colossi mondiali quasi Nestlé; Danone, Unilever e Mondelez.

Territorio e oculata gestione, cardini dell’industria nazionale che fa la fortuna della spina dorsale fatta di piccole e medie imprese. Senza trascurare -e pure qui, in tempi di Jobs act e abdicazione da parte dei sindacati, siamo di fronte ad una mosca bianche fra le grandi realtà- i lavoratori. Un posto in Ferrero è un posto ambito, visti anche i generosi bonus spesso accordati ai dipendenti a titolo di premio. Le stabilizzazioni sono la norma più che l’eccezione, a complemento della strategia di lungo periodo che non lascia nulla al caso né agli umori dei mercati.

Filippo Burla

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