Roma, 21 apr – Dalla magistratura del lavoro ai contratti collettivi e al giusto salario, dai diritti e dalle tutele sindacali all’intervento dello Stato nell’economia. Il tutto strutturato in trenta, precisi e sintetici, punti programmatici. Temi di stretta attualità? Indubbiamente, ma sorpresa: siamo nel 1927, quando il 21 di aprile il Gran Consiglio del Fascismo varava la Carta del Lavoro.

Inizialmente concepita come documento programmatico e senza un intrinseco valore di legge, dato che nonostante la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale rimaneva comunque il prodotto di un organo di partito, negli anni successivi alla sua emanazione la Carta del Lavoro ha informato sempre più le decisioni adottate dal governo, finendo indirettamente per diventare una vera e propria costituzione economica e sociale dell’Italia fascista.

Concepita da due giuristi di prim’ordine come Alfredo Rocco e Carlo Costamagna, che ne curarono il testo e i contenuti con una chiarezza di linguaggio sconosciuta a epoche successive, la Carta del Lavoro si poneva appieno nel solco tracciato dal Fascismo che puntava a superare la sterile contrapposizione di classe, puntando sulla vera ricchezza dell’Italia: il lavoro, appunto, che da diritto già quasi un secolo fa veniva potenziato diventando un preciso dovere sociale che, in quanto tale, doveva in tutte le sue forme essere “tutelato dallo Stato” (articolo II). Come? Con tutta una serie di strumenti altamente innovativi per l’epoca: i contratti collettivi di lavoro, una sezione della magistratura appositamente dedicata alle controversie in materia, la definizione dei rispettivi ambiti di competenza fra pubblico e iniziativa privata nell’ottica dell’interesse nazionale (art. VII). Non solo: contrasto alla disoccupazione, ferie retribuite, creazione delle prime forme di previdenza sociale (art. XXVII). 

Con la Carta del Lavoro, superato il primo periodo nel quale, con una certa dose di scaltrezza e pragmatismo il governo aveva ammiccato a un’impostazione decisa meno eterodossa, si posava così la prima pietra di una nuova impalcatura che avrebbe portato alla creazione di istituti giunti in larga parte intatti fino a noi. Nel 1933 vedono la luce Inps e Inail, mentre i contratti collettivi impiegheranno qualche anno in più per divenire strumento compiutamente efficace. È invece del 1936, dopo alterne vicende, la nascita dell’Iri, sulla traccia del principio per cui “L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in gioco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta” (art. IX). Non eravamo in tempi di regolamenti bizantini e cervellotiche direttive Ue, la sovranità apparteneva ancora al governo e la programmazione economica era qualcosa di troppo importante per lasciarla ad una classe imprenditoriale già allora non proprio abituata ad una visione di lungo termine. Solo in quel preciso contesto, in effetti, potevano essere gettate basi talmente solide da resistere a una guerra mondiale e che avrebbero poi portato al miracolo economico del dopoguerra. E sulle cui conquiste l’Italia sopravvive ancora oggi, a quasi cent’anni di distanza.

Filippo Burla

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