Perchè l’economia del Giappone corre e quella italiana resta al palo

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe

Le scelte economiche coraggiose di Shinzo Abe battono l’Europa senza crescita

Tokio, 20 nov – A metà novembre del 2012 l’ex premier Yoshihiko Noda annunciò elezioni anticipate che avrebbero condotto il partito Liberaldemocratico guidato da Shinzo Abe ad una vittoria schiacciante il mese successivo. Una vittoria anche preventivata, tant’è che gli stessi investitori cominciarono a scommettere sulla bontà delle politiche più aggressive per il rilancio dell’economia e della Borsa promesse da Abe ancor prima che queste potessero essere approvate.

La politica economica del Giappone è da mesi al centro di numerose attenzioni proprio perchè rappresenta un modello alternativo per rilanciare la crescita economica di un paese ad altissimo livello di indebitamento. Alternativo, peraltro, alla cosiddetta austerity promossa all’interno dell’area euro con particolare accanimento nei confronti delle nazioni mediterranee. Austerity che punta essenzialmente sul consolidamento fiscale e che latita nel produrre i risultati sperati: tutt’altro, visto che si potrebbe già giudicare come controproducente.

Per rilanciare il paese del Sol Levante, Shinzo Abe ha puntato su poche ma decise azioni economiche:

  1. una politica monetaria audace e non convenzionale;
  2. una politica fiscale che ha contribuito ad aiutare e stimolare l’economia (con un pacchetto da oltre 100 miliardi di dollari introdotto a inizio 2013 e uno in arrivo il mese prossimo da almeno 50 miliardi di dollari);
  3. una strategia di riforme atte a non far mancare la presenza della mano pubblica nel contesto economico nazionale.

Nel breve periodo tutto questo ha dato i suoi frutti: il prodotto interno lordo reale del Giappone su base annualizzata è passato dal -3,7% del terzo trimestre 2012) al +0,6% del quarto trimestre 2012 (con i primi effetti anticipati del nuovo corso); poi è schizzato al +4,3% nel primo trimestre 2013 e al +3,8% nel secondo trimestre 2013: Così nel primo semestre di quest’anno il Giappone ha realizzato la maggiore crescita economica tra i paesi avanzati.

Il mercato azionario, grazie ad Abe, ha avuto una crescita costante e si è indirizzato verso la migliore performance congiunturale tra le Borse di tutto il mondo. Gli investitori internazionali hanno puntato sul mercato giapponese con acquisti netti, nell’anno, per oltre 130 miliardi di dollari. A conferma dell’immensa fiducia ottenuta finora dall’Abenomics (così viene definita la politica economica intrapresa dal governo nazionalista guidato da Abe) oltre i confini del Giappone.

Una politica monetaria estremamente espansiva ha fatto sì che lo yen si sia indebolito quel tanto che basta per permettere al settore manifatturiero nipponico di poter esportare in maniera più competitiva nei mercati occidentali. Il rilancio e la salvaguardia del settore industriale del Giappone ha frenato così il processo di de-industrializzazione rilanciando la competitività del “made in Japan”. Oggi lo yen è intorno a quota 100 sul dollaro con una svalutazione che è stata calcolata intorno al 30%, mentre sull’euro l’indebolimento della valuta giapponese è ancora più marcato. Che questo sia un processo coadiuvato e controllato dallo stato è un dato di fatto, basti pensare che il 16 novembre scorso in una audizione parlamentare il ministro delle Finanze Taro Aso ha dichiarato che l’esecutivo si tiene l’opzione di un intervento diretto sul mercato dei cambi per contrastare quelle che chiama manovre speculative.


La banca centrale è inoltre intervenuta a più riprese nel mercato immobiliare: un settore che aveva patito già dagli anni ’80 un’enorme crisi. L’impegno a maggiori acquisti di trust immobiliari da parte della banca centrale, unito ad una deregulation del mercato, hanno portato ad un rilancio del settore grazie anche a piani di investimento di società pubbliche.

L’unico neo, per il momento, è rappresentato dal mancato aumento dei salari. In pratica famiglie e lavoratori non hanno ancora beneficiato delle prestigiose performance economiche del Giappone. Il balzo degli utili aziendali stimolato soprattutto dal calo dello yen – e la prospettiva di un alleggerimento della pressione fiscale sulle imprese – ha però spinto Abe a sollecitare le aziende affinchè rimettano in circolazione parte delle enormi disponibilità liquide e dormienti accumulate anche attraverso l’aumento dei salari. Sono rincarate alcune voci del bilancio familiare e dal primo aprile del 2014 l’Iva passerà dal 5 all’8 per cento. Bisogna intervenire preventivamente per evitare che la ripresa non sia fine a sè stessa.

Ovviamente tutto questo viene osservato e visto dagli opinionisti ed economisti occidentali con curiosità, ma anche, in alcuni casi, con avversità. Il governo presieduto da Shinzo Abe è un governo filo nazionalista (per fare un solo esempio, sta per essere creato un Consiglio per la Sicurezza nazionale sul modello americano) e questo stride con chi dall’altra parte punta sulla mondializzazione, o globalizzazione che dir si voglia, e sulla cessione di sovranità da parte degli stati in favore di organismi tecnocratici e autoreferenziali.
Il premier Abe ha già fatto intendere di non voler deregolamentare un sistema economico che a detta dei liberisti “appare troppo rigido e burocratico”: la presenza dello stato è insomma un fatto ineludibile per l’economia nipponica anche a fronte di delegittimazioni inevitabili sul piano mediatico internazionale.
Il Giappone, nonostante sia tra i paesi più indebitati al mondo – con un rapporto debito/Pil al 236%, numeri che farebbero impallidire Angela Merkel e i trattati di Maastricht, Lisbona e compagnia bella – resta un esempio mirabile e importante di cosa significhi essere padroni a casa propria.

Giuseppe Maneggio

 

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