Il quantitative easing annunciato da più mesi da Mario Draghi rischia di non sortire alcun effetto nell’economia reale

Francoforte, 20 gen – La settimana appena trascorsa è stata contrassegnata dalla decisione sorprendente, della Banca Centrale svizzera di sganciare le quotazioni del franco da quelle dell’euro. Decisione che ha determinato un consistente rialzo della moneta elvetica. Ma già da venerdì le borse europee hanno ricominciato a considerare la scadenza del 22 gennaio, data nella quale la Bce metterà in campo con molta probabilità il quantitative easing, intervento di politica monetaria, che tra l’altro, prevede anche l’acquisto di titoli di Stato dei singoli paesi dell’Eurozona. Provvedimento che nelle intenzioni dovrebbe riportare l’inflazione vicina a una soglia del 2% allontanando lo spettro della deflazione.

Ma sono ancora molti i punti interrogativi che ruotano attorno a questo intervento della Bce. Secondo alcune stime e voci di corridoio, la liquidità immessa nei mercati dovrebbe attestarsi tra i 500 milioni e i 3 miliardi di euro.


Dopo che la Corte di Giustizia Europea ha ritenuto legittimo l’acquisto di titoli di stato da parte della Bce, alla luce di un recente incontro tra Mario Draghi e Angela Merkel, la modalità di applicazione più probabile pare possa essere quella di assegnare alle Banche Centrali dei singoli Paesi dell’Eurozona, il compito di acquistare i bond e di tenerli nei loro bilanci. Questa sarebbe una soluzione di compromesso voluta fortemente dai paesi del nord Europa, Germania in testa, contrari al quantitative easing. Così facendo si eviterebbe di interessare il bilancio della Bce dalle eventuali perdite causate dall’acquisto di titoli di Stato.

Il quantitative easing del 22 gennaio potrebbe investire anche altre tipologie di titoli tra cui i cartolarizzati come gli Abs che incidono, in particolar modo, sui bilanci delle banche italiane e che congelando i crediti deteriorati potrebbero liberare nuova liquidità da destinare all’economia reale.

Nonostante i buoni propositi e le possibili ripercussioni positive restano ampie zone d’ombra circa la reale utilità di questo intervento monetario della Bce. Mario Draghi e il suo board contano di evitare la deflazione – quella situazione in cui non c’è crescita e l’inflazione (l’aumento dei prezzi) rimane nulla o negativa – grazie all’acquisto di titoli di Stato da parte delle banche centrali dei rispettivi paesi. In pratica la Banca d’Italia potrebbe acquistare Btp facendo così lievitare velocemente i prezzi dei titoli in circolazione a tutto vantaggio di chi attualmente già ne detiene in gran quantità, vale a dire le banche commerciali europee e i grossi investitori. Ma affinchè tutto questo possa riversarsi nell’economia reale ci vorrebbe un altro passaggio, ovvero che le stesse banche e i grossi investitori vendessero i bond che già possiedono per ridestinare i guadagni al credito a famiglie e imprese. Passaggio tutt’altro che scontato.

Un altro dubbio sorge con il raffronto dell’operazione di quantitative easing attuata negli Stati Uniti. Lì la Fed era già intervenuta per salvare le banche commerciali private mentre in Europa durante la fase acuta della crisi gli istituti bancari hanno accumulato tantissime sofferenze a seguito del fallimento di numerose aziende. Per questa ragione le banche europee difficilmente decideranno di destinare una maggiore liquidità all’economia reale.

Il quantitative easing potrebbe avere un impatto consistente nell’economia reale solo se i singoli governi dell’Unione mettessero in campo congrui investimenti da finanziare in deficit. Ma vista la rigidità sul versante del deficit pubblico da mantenere sotto la soglia del 3%, sarà molto difficile che ciò avvenga e anche questo va a sommarsi all’elenco dei dubbi.

Paradossalmente l’economia reale europea potrebbe ricevere giovamento non tanto dal quantitative easing ma dal progressivo calo del prezzo del petrolio e dal rafforzamento del dollaro nei confronti dell’euro che consente un aumento delle esportazioni di prodotti europei.

Giuseppe Maneggio

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