alcoa portovesmeRoma, 26 ago – L’impianto era già in “ferma” da novembre 2012, ma fino all’ultimo la pur flebile speranza di operai e impiegati era che si potesse riprendere l’attività. Ieri, invece, la multinazionale statunitense dell’alluminio Alcoa ha confermato la chiusura definitiva dello stabilimento sardo di Portovesme, provincia di Carbonia-Iglesias

Quasi 500 i lavoratori diretti, senza considerare l’indotto. Un numero non indifferente, soprattutto se si considera che la provincia dell’iglesiente sconta un tasso di disoccupazione vicino al 20%. Meglio di altre realtà della zona (nel Medio Campidano si tocca il 25%, un lavoratore su quattro), anche se il mal comune non ha mai fatto il proverbiale mezzo gaudio.

La decisione finale dell’Alcoa trova le sue giustificazione negli eccessivi costi di mantenimento del sito produttivo. Nello specifico, a non essere più sostenibili erano, secondo i vertici Alcoa, i prezzi dell’energia elettrica. Un problema atavico dell’industria con sede in Italia, che il governo aveva cercato nel caso particolare di compensare attraverso tariffe agevolate. Una scelta che era costata il richiamo da parte dell’Unione Europea, che li considerava indebiti aiuti di Stato. Non del tutto a torto: perché, in mancanza di una politica energetica degna di questo nome, solo l’Alcoa -e non le altre imprese- poteva sfruttare tariffe di favore?

La vertenza é stata affrontata dai vari governi succedutisi nel corso degli anni. Nonostante una serie di decreti e di risposte ai dubbi europei, una soluzione non é stata trovata. Registrando la più che colpevole latitanza dello Stato, ora i lavoratori attendono eventuali manifestazioni d’interesse da parte di altri gruppi. Ancora stranieri. Il tempo però stringe: con la fine dell’anno scadrà la cassa integrazione straordinaria e, in assenza di un compratore, a gennaio del prossimo anno prenderà il via la dismissione del sito con lo smantellamento effettivo degli impianti della fu produzione.

Filippo Burla

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